"Ci sono state grandi culture che non usavano la ruota, ma non ci sono state culture che non narrassero storie" (Ursula K. Le Guin, 1970)
giovedì 20 novembre 2025
L’ambizione di Fetonte
Il papà di Fetonte era ritornato dal lavoro come ogni fine
settimana, il venerdì a tarda sera, molto stanco ma soddisfatto e felice di
riabbracciare l’amata moglie e il loro adorato bambino. I suoi viaggi erano
lunghi e spesso portava merce anche ai confini con i paesi del Nord. Aveva parcheggiato
l’enorme camion, un autotreno moderno e sofisticato, davan- ti la loro modesta
casa a due piani.
Aveva fatto molti debiti per comprare quel mezzo che gli
serviva per il suo lavoro di autotrasportatore, aveva speso molto denaro
preferendo acquistare qualcosa che gli sarebbe stato utile e duraturo per tutta
la vita. Per l’età che aveva, meno di quarant’anni, gli restava molto tempo
ancora da dedicare a quei lunghi viaggi di lavoro. L’autotreno, dopo la sua
famiglia, era la cosa cui teneva maggiormente. Quei soldi però, si erano dovuti
aggiungere al mutuo sulla casa che stava ancora pagando da più di dieci anni,
cioè da quando si era trasferito con la moglie e il piccolo Fetonte in questa
sobria casetta con un piccolo giardino davanti. La loro era una vita semplice,
vissuta a volte anche con sacrifici e privazioni, ma a questa umile famiglia la
situazione non pesava e c’era sempre alla base una grande fiducia nel futuro.
Fetonte, fin da bambino, anche grazie alla passione
trasmessagli dal padre, era stato da sempre innamorato di tutto ciò che aveva a
che fare con i motori, col rombo, con la meccanica e l’odore di olio.
Quando aveva quattro anni, sulla sua prima minuscola
bicicletta aveva già installato con delle mollette da bucato pezzetti di
cartone spesso i quali, a contatto con i raggi delle ruote in movimento,
provocavano un rumore meccanico, simile ad un ingranaggio. Nella fervida
immaginazione del bambino, ciò dava l’idea di qualcosa di simile a un motore. A
sei anni invece ebbe come regalo una fantastica moto elettri- ca. Fu il giorno
più felice della sua infanzia: per notti e notti non riuscì a dormire sonni
tranquilli perché di tanto in tanto doveva alzarsi dal suo lettino per andare a
rimirare il suo meraviglioso regalo. Lo faceva senza far alcun rumore per non
farsi accorgere dai genitori, si dirigeva in punta di piedi verso il giardino
davanti casa e, aperta lentamente la porta, si accoccolava davanti alla moto. Stava
là immobile per lunghi minuti a osservarla, a contemplarla nelle forme
aggressive, si abituava ai diversi colori e alle linee sinuose, sentiva l’odore
di quelle gomme vere come un profumo che non si può scordare. Aveva tre marce
più la retromarcia, due ruote motrici su quattro, raggiungeva i dieci
chilometri all’ora con la marcia più veloce e tre chilometri all’ora con la
retromarcia. Rossa fiammante con una serie di sfumature sull’arancio e il
giallo che seguivano in modo aerodinamico la sua forma, quella moto era la sua
vita felice di bambino. Il papà gliela aveva portata da molto lontano dopo un
lungo periodo di distanza. Il bambino, neanche a dirlo, passava le giornate
intere su quella moto, invidiato da tutti i compagni, e nel frattempo
cominciava sempre più a prendere dimestichezza con la velocità e con il
rischio. Quella passione non lo avrebbe mai più abbandonato per il resto dei
suoi giorni.
Quando se ne presentò l’occasione, Fetonte, ormai compiuti i
dodici anni cominciò a far capire ai suoi genitori che avrebbe voluto in regalo
uno scooter. In realtà mancavano ancora due lunghi anni per raggiungere l’età
che gli avrebbe permesso, dopo aver superato gli esami per la relativa patente,
di poter guidare uno scooter legalmente.
– Io non ho
nessun problema a guidare una roba del genere – diceva a tavola il ragazzo
rivolgendosi con supponenza ai genitori – di cosa pensate ci sia bisogno per
far andare uno scooter?
– Questo
discorso deve finire il prima possibile – lo interrompeva la mamma guardando
con un certo timore il silenzio incomprensibile del padre – non ne posso più!
Quando capirai che non ti faremo mai fare una cosa che non è consentita dalla
legge? I tuoi genitori sono persone normali, normali e oneste – continuava
scaldandosi sempre più – e io, inoltre, se proprio ci tieni a saperlo, non ho
alcun piacere nel saperti in giro a bordo di uno scooter… e conoscendoti molto
bene, non dormirei più!
– Ma papà,
faglielo capire tu – riprendeva Fetonte – che non deve preoccuparsi di nulla,
che io sono già un esperto avendo cominciato ad andare sugli scooter dei miei
compagni più grandi fin da quando avevo nove anni…
– Queste cose
non si possono sentire, ma ti rendi conto? – si intromise in quel momento la
madre che aveva ormai perso la pazienza – e tu? Tu è possibile che non dici
niente a tuo figlio, possibile che non lo rimproveri? – diceva sgranando gli
occhi e rivolgendosi al marito – non posso credere che tu te ne stia tranquillo
in giro per cinque giorni alla settimana sapendo queste cose che hai appena
ascoltato con le tue orecchie! Io sono la madre, ma tu dovresti essere il
padre!
Quest’ultimo però, nonostante l’acceso alterco tra madre e
figlio (non era la prima volta e non sarebbe stata neanche l’ultima) e malgrado
fosse richiesto a gran voce il proprio parere, ma anche la propria autorità di
padre, si limitò a compiere alcuni semplici movimenti: si alzò silenzioso dalla
sedia e, accendendosi una sigaretta con le grosse mani, portò la sua robusta
stazza verso il giardino, come se andasse a riflettere. Era d’altronde un uomo
di poche, anzi pochissime, parole abituato, per il mestiere che faceva, a
trascorrere la maggior parte del suo tempo in silenzio. La madre s’era rimessa
a fare le sue faccende mentre Fetonte non si era mosso dal tavolo, come se
stesse aspettando il verdetto paterno.
E il verdetto arrivò. Fu uno sguardo, un semplice sguardo muto
di parole che fece capire a Fetonte che, almeno per adesso, non se ne parlava.
Il papà sarebbe ripartito il giorno dopo, alle sette del
mattino. Come spesso accadeva, Fetonte raggiunse i suoi amici su un’altura poco
distante dalla propria abitazione. I ragazzi, quando sapevano che l’autotreno
del padre era in partenza, si svegliavano un’ora prima proprio per vedere quel
mostro in azione, per ammirarne la grandezza, la potenza, le luci blu e rosse e
gli alettoni con i quali quel convoglio era stato personalizzato diventando
ancora più bello, una specie di oggetto spaziale.
Erano fermi là sopra, in trepidante attesa. Sotto di loro la
statale che porta al casello dell’autostrada.
– Eccolo che
arriva!
– Senti che
roba! Senti! – gridavano alcuni.
Altri preferivano contemplare il passaggio del mezzo in
silenzio, quasi smarriti, rapiti da tanta grandezza e potenza.
– Però una
volta potresti rubarglielo – disse Gèbulo, uno dei migliori amici di Fetonte –
senza che lui se ne accorga, ovviamente, che so … magari mentre fa un pisolino.
Ti fai un giretto, ci vieni a prendere, e poi glielo rimetti a posto. Sai che
viaggio…
– Sarebbe un
sogno! – rispose subito la voce di un altro compagno – ma non è la realtà, però
– aggiunse subito dopo.
– Troppo
complicato – fece un altro ancora.
– Tu non ti
preoccupare – disse invece con voce calma e sicura Fetonte – vedrai che fino
alla fine un giro me lo farò. Ce le metterò le mani, e anche i piedi, su quel
mostro. Voglio sentirlo il ruggito, lo voglio sentire come si imbestialisce
quel treno sotto di me. Sono andato tante volte insieme a mio padre, so
benissimo come si guida quell’affare.
E mentre pronunciava queste parole veniva fuori tutto il suo
spirito d’avventura, tutta la spavalderia e il coraggio, tutta la baldanza e il
bisogno di arrivare sempre oltre il limite.
– Mah ...
Forse è ora di avviarci verso la scuola, che dite? – fece Gèbulo quasi
sminuendo le parole di Fetonte perché troppo distanti dalla realtà, parole che
mai avrebbero potuto mutarsi in qualcosa di concreto.
– Si va?
Andiamo.
Passò un anno e accadde qualcosa che nessuno si aspettava,
qualcosa le cui conseguenze cambiarono la vita di ognuno. Anche se il ragazzo
non aveva ancora compiuto quattordici anni, il padre arrivò a casa a bordo di
uno scooter meraviglioso. Era proprio come lo sognava Fetonte, l’ultimo
modello. Tra i suoi amici più grandi nessuno ne possedeva uno simile, avendoli
acquistati tempo prima ed essendo passati di moda.
Alla vista di quel regalo la sorpresa fu tale che il ragazzo
non riuscì nemmeno a parlare. Si buttò al collo del padre che era ancora seduto
sullo scooter, lo abbracciò lungamente. Quindi, sempre in silenzio, l’uomo si
alzò e invitò il figlio a sedersi su quel mezzo, desiderio fattosi realtà.
Fetonte era estasiato dalle cromature, afferrava in modo adiacente con tutte e
cinque le dita le maniglie, le stringeva come mani di una persona amatissima,
sondava la comodità dell’imbottitura della sella in pelle, immaginava già come
avrebbe potuto usarlo, in che modo avrebbe mostrato a tutti la sua innegabile
abilità. Per la madre invece, questa sorpresa si trasformò subito in un vero e
proprio incubo e, per prima cosa, non rivolse più la parola né al marito, né al
figlio.
Questo atteggiamento durò addirittura alcuni mesi. Si era
sentita tradita. Non era possibile secondo lei assecondare la volontà di un
ragazzo anche quando questa andava al di là delle norme, della legge comune a
tutti i cittadini. E poi era molto preoccupata per il carattere temerario di
Fetonte il quale non si sarebbe accontentato di avere lo scooter come la
maggior parte dei suoi coetanei, ma avrebbe probabilmente iniziato a fare gare,
avrebbe senza dubbio sfidato quelli più grandi di lui, avrebbe, insomma,
dimostrato a tutti che lui era il migliore nel fare certe cose con la moto.
Da quel giorno cominciarono le infinite scorrazzate in lungo e
in largo per le strade del paese, per le vaste campagne circostanti, sulle colline
intorno e sulle piste di terra e pietra che i ragazzi costruivano per poter
mettersi alla prova in competizioni sempre più pericolose e azzardate.
Ora finalmente Fetonte possedeva uno scooter tutto per sé, non
avrebbe avuto più bisogno di chiedere niente agli altri. Quando arrivò a bordo
della sua moto, fiero e superbo, davanti ai giardini pubblici dove sostavano
diversi gruppi di ragazzi, fu una specie di tsunami.
Sgommava, accelerava, decelerava e frenava evitando di pochi
centimetri panchine, oggetti e persone. La gran parte della gente era
spaventata ma anche molto divertita da quello spettacolo da circo. Così, fiero
di essere al centro dell’attenzione, riprendeva la corsa e in accelerazione
comin- ciava una lunghissima impennata davanti alle bocche aperte dei tanti
astanti che quasi non credevano di trovarsi davanti un semplice ragazzo, ma un
campione o un artista acrobatico. Molti allora, cominciarono anche ad applaudire
e a gridare e questo faceva gasare ulteriormente Fetonte che subito dopo,
sempre rumoreggiando e smanettando sull’acceleratore, si mise a fare infinite
piroette sulla pavimentazione marmorea della piazza lasciando a terra ampi
segni neri di pneumatici. Di colpo però, apparentemente senza motivo, mentre
molta altra gente arrivava sul posto e si accalcava per guardare e incitare, il
ragazzo fuggì sparato verso una stradina e scomparve davanti agli occhi di
tutti. Quel gesto, che era parso misterioso all’inizio, trovò una semplice
spiegazione un istante dopo, quando davanti ai giardini comparve una macchina
dei carabinieri con il lampeggiante acceso e due vigili urbani a piedi che
qualcuno del vicinato probabilmente aveva mandato a chiamare, dopo tutto quel
trambusto.
In classe, durante l’intervallo della ricreazione, non si
parlava d’altro. Fetonte era diventato una specie di personaggio le cui imprese
erano sulla bocca degli studenti di quasi tutto l’istituto. Per i più piccoli
era addirittura un mito.
L’anno trascorreva in fretta e comunque il ragazzo riusciva ad
ottenere anche dei discreti risultati a scuola. Era molto appassionato dai temi
trattati dalla sua prof di italiano. Erano argomenti di attualità che la
docente affrontava facendo partecipare direttamente gli studenti alla
discussione. Inoltre Fetonte non amava molto trascorrere ore davanti alla tv,
che riteneva uno scatolone pieno di stupidità, o alla Playstation. E poi quello
che gli interessava veramente era la vita all’aria aperta, scorrazzare in lungo
e in largo per le strade di campagna a tutta velocità, sentire il vento
entrargli nelle narici, nella bocca e nelle orecchie, inebriarsi di profumi e
suoni della natura intorno. E questo fin da quando aveva imparato a pedalare
sulla sua prima bicicletta.
A scuola godeva quindi di una certa stima da parte di quasi
tutti gli insegnanti pur sapendo, questi ultimi, proprio perché ormai era
conosciuto in tutto l’istituto, che non avrebbe mai dedicato troppo tempo allo
studio e che, appena terminati i compiti, sarebbe scappato via sul suo scooter.
Inoltre, da quando aveva ricevuto quell’amato dono, creava
sempre occasione per mettere in mostra le proprie qualità e così non esitava,
come aveva temuta la madre, a sfidare ragazzi più grandi in gare che si
svolgevano al circuito in periferia: una pista fatta di fango, terra e pietre,
buche enormi e curve dove ognuno, duellando senza sosta con gli altri, si
calava in una competizione al cardiopalmo davanti agli spettatori. Quando c’era
una gara alla quale partecipava Fetonte i ragazzi e le ragazze intervenivano
addirittura a centinaia. Si creava una vera e propria tribuna, sembrava di
assistere ad uno spettacolo di professionisti, con tifoserie diverse, bocche
aperte per la meraviglia, urla di incitamento e di gioia, smorfie di rammarico
e delusione.
Arrivò l’ennesimo fine settimana, ma quel sabato era destinato
a rimanere impresso come un marchio a fuoco nella memoria di Fetonte. In cuor
suo sapeva che qualcosa era cambiato. Era ormai già stanco dello scooter. Quel
mezzo era stato adoperato, sfruttato, spremuto in ogni modo possibile per
giorni, settimane, mesi interi, senza tregua. La sua abilità era cresciuta a
dismisura così come la sua sete di esperienze sempre diverse. Le prove cui si
era sottoposto erano diventate via via più pericolose. L’azzardo era una specie
di acqua naturale che serviva per dissetare e spegnere temporaneamente quella
sete infinita che, appena appagata, ritornava ancora più intensa.
Quel pensiero proibito che come un tarlo aveva trovato una
strada sempre più profonda nella sua testa, ora stava per mutarsi in realtà.
Nessuno lo avrebbe fermato.
La notte, quella famosa notte, per l’adrenalina, non era
riuscito a chiudere occhio. Pensava già allo sguardo attonito e agli occhi e
alle bocche spalancate di Gèbulo e degli altri amici nel momento in cui lui
sarebbe passato a bordo dell’autotreno, guidandolo con le sue stesse mani. Sì,
proprio così. Ne era convinto. Ormai.
Aveva a lungo pianificato come muoversi per non essere
scoperto dai suoi genitori.
La prima cosa da fare era prendere le chiavi, pensava. Sapeva
dove il padre le riponeva, lo aveva visto tante volte. Era in un cassetto di un
piccolo mobile di legno scuro dentro la camera da letto.
Appena giunse la sera, i suoi genitori si rivolsero come
sempre con la solita disponibilità mista ad una serie di raccomandazioni.
– Noi stiamo
per uscire, Fetonte. Ricordi? Abbiamo quella cena con gli zii di cui ti abbiamo
parlato. Ci fa piacere incontrarli, è una vita che non ci si vede – disse la
madre mentre infilava le braccia dentro una giacca di cotone leggero.
– Cercheremo
di non fare troppo tardi – aggiunse il papà – tu, comunque, hai le chiavi di
casa e quando vuoi puoi rientrare. Naturalmente non più tardi delle undici – si
era raccomandato. – E poi, se ci sono problemi, ci sentiamo tramite telefonino,
siamo vicini, la pizzeria è appena fuori città…
– E lascia
perdere lo scooter di sera! – aveva aggiunto con una punta di leggera
irritazione la madre mentre gli occhi del figlio sembravano ascoltare e
accettare passivamente ogni parola che fuoriusciva da quelle due bocche amiche
– fammi trascorrere una serata in piena tranquillità una volta tanto! Senza
pensieri, ok?
– Ma certo –
aveva allora risposto il ragazzo mentre un gran numero di emozioni si
azzuffavano nel suo cuore – state sereni e godetevi la vostra cena. Portate i
miei saluti agli zii!
I fari dell’automobile si erano persi nella distanza. Fetonte,
rimasto solo a casa, cominciò a mandare messaggi ai suoi amici più stretti
comunicando loro di farsi trovare al solito posto perché lui, tra meno di
mezzora, ci sarebbe passato facendo ringhiare il motore di quell’enorme automezzo.
Era proprio vero, era proprio così: ormai nessuno più lo poteva fermare.
Sembrava un esperto. Apriva la portiera senza la minima
difficoltà, inseriva le chiavi, aggiustava gli specchietti, premeva ogni
pulsante così come aveva visto fare alle consapevoli mani paterne ogni volta
che gli aveva chiesto di fargli fare un giro su quel mostro negli ultimi anni.
Adesso era realmente all’interno del camion, da solo, alla
guida. Era arrivato il momento di dare vita a quell’essere, di farlo cominciare
a rombare. Cercò di mantenere la calma, ma era molto difficile controllare
tutte le emozioni.
Quando accese il motore e schiacciò da fermo l’acceleratore,
il cuore sembrò saltargli in gola. Stava provando qualcosa di così forte che
non era paragonabile a nulla di tutto quello che aveva vissuto fino a quel
momento nella sua vita. E ciò che stava provando gli aveva completamente
offuscato la mente perché, in quei minuti, non era più in grado di ragionare.
Non era in grado di rendersi conto del pericolo che stava correndo, per se
stesso e per gli altri. Ma era troppo sicuro di sé e quel sogno finalmente si
stava realizzando. Ora solo questo contava, gli altri pensieri sembravano
evaporare, sciogliersi in minuscole goccioline fino a sparire.
Non ci fu bisogno di fare manovra, il mezzo era parcheggiato
in maniera tale che svoltando un paio di volte a destra ci si ritrovava già
sull’imbocco per la superstrada. Dopo avergli dato vita, lentamente, il ragazzo
ora guidava l’autotreno con destrezza, il cuore a mille, qualche goccia di
sudore e un leggero tremore, le giovani mani ben salde sullo sterzo, tutte le
luci accese. La direzione era giusta, sapeva che da sopra la collina lo
avrebbero atteso e salutato Gèbulo e gli altri. Infatti, dopo pochi minuti, fu
proprio così.
– Eccolo che
arriva!
– Ma…. È
proprio lui?! Siamo sicuri? Non può essere…
– No, è un
pazzo! Non ci posso credere, ma come ha fatto!
– Eh sì, solo
lui poteva riuscirci…
I commenti degli amici increduli si susseguivano in
un’atmosfera di euforia ed esultanza. Più l’autotreno si avvicinava con il suo
infinito festival di luci e i grossi fari anteriori, più i ragazzi si
stropicciavano gli occhi per quello cui stavano assistendo.
– Lo aveva
detto che prima o poi lo faceva…
– Voglio
saltarci pure io sul quel bestione! Su, avanti che ci facciamo ancora qua!
– Sta
rischiando di brutto, speriamo non succeda niente! È incredibile!
– Fetonte sa
sempre quello che fa, guardalo, è sicuro!
Il camion passò a pochi metri dal gruppo che venne
inevitabilmente illuminato da tutto l’apparato di luci variopinte che aveva
intorno; poi Fetonte iniziò a suonare i diversi tipi di clacson emettendo
melodie di forma diversa alle quali gli amici rispondevano con urla di
entusiasmo. Dopo qualche centinaio di metri, alla rotonda, Fetonte sterzò non
senza un minimo di impaccio e rifece il percorso all’inverso per ripassare
ancora davanti al gruppo di amici. Arrivato in fondo alla fine della strada
poi, all’altra rotonda, ritornò ancora indietro facendo il tragitto diverse
volte, affacciandosi dal finestrino e gridando a gran voce tutta la sua
soddisfazione per quell’impresa su cui nessuno avrebbe scommesso fino in fondo.
Ogni tanto incrociava altri autotreni che uscivano dalla superstrada o
semplicemente automobili di ogni genere, ma niente sembrava preoccuparlo. Andò
avanti così per una ventina di minuti.
All’ennesima sfilata davanti ai compagni, però, avvenne quello
che nessuno avrebbe voluto accadesse, ma che tutti, in fondo, temevano. Forse
per il sorpasso azzardato di un’auto che aveva invaso la sua corsia, forse per
una banale distrazione o per l’emozione troppo forte che lo aveva trasportato
fino a quel momento: ad un certo punto l’enorme mezzo cominciò a sbandare così,
da un momento all’altro, come una grande be- stia ferita che barcolla, prima
verso destra poi verso sinistra, poi ancora verso destra fino a uscire
completamente fuori strada e piegarsi su un fianco. Il fracasso fu enorme così
come il panico che subito prese Gèbulo e gli altri amici. Ora, scivolando e
cadendo per il fango del pendio, correvano tutti verso l’autotreno; molti
autisti anche si erano fermati, spaventati e allarmati, ed erano andati a
vedere se ci fosse bisogno d’aiuto.
L’urto, per fortuna, era stato attutito dai folti arbusti che
ricoprivano la terra a lato della strada, ma il camion si era gravemente
danneggiato. La gente si era accalcata intorno all’abitacolo del mezzo per
capire se l’autista era sano e salvo. Così, dopo qualche lunghissimo minuto di
attesa in cui alcuni avevano temuto il peggio, Fetonte uscì fuori dall’abitacolo,
pallido per la paura, con qualche piccolo graffio sul viso, le parole contorte
e bloccate nella bocca. Venne presto soccorso dalla gente che si era fermata e
che adesso, incredula, realizzava che al volante di quel mostro c’era soltanto
un ra- gazzino. Venne chiamata l’ambulanza e immediatamente arrivò anche la
polizia stradale. Poco dopo anche i genitori di Fetonte furono avvisati e si
precipitarono sul luogo. L’amarezza lo invase soprattutto quando guardò negli
occhi il padre, prima, e poi la madre. In quel momento, ne era sicuro, aveva
voluto osare troppo e per questo aveva perso la loro fiducia. Forse per sempre.
lunedì 10 novembre 2025
Come è stato leggere un libro intero per quasi due
mesi con il metodo WRW? Cosa ha significato per te cercare insieme all’insegnante
e ai compagni il significato della storia, dei temi, dei simboli, dei
personaggi? Cosa ha significato per te andare OLTRE la semplice domanda “Cosa
hai capito?”, concentrandoti invece sulle connessioni (“a cosa ti fa pensare?”)?
Secondo te questa è una metodologia efficace per amare
la lettura e capire le cose? Ti piacerebbe continuare?
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