giovedì 20 novembre 2025

Prima guerra mondiale 

 

L’ambizione di Fetonte

 

 

 

 

 

Il papà di Fetonte era ritornato dal lavoro come ogni fine settimana, il venerdì a tarda sera, molto stanco ma soddisfatto e felice di riabbracciare l’amata moglie e il loro adorato bambino. I suoi viaggi erano lunghi e spesso portava merce anche ai confini con i paesi del Nord. Aveva parcheggiato l’enorme camion, un autotreno moderno e sofisticato, davan- ti la loro modesta casa a due piani.

Aveva fatto molti debiti per comprare quel mezzo che gli serviva per il suo lavoro di autotrasportatore, aveva speso molto denaro preferendo acquistare qualcosa che gli sarebbe stato utile e duraturo per tutta la vita. Per l’età che aveva, meno di quarant’anni, gli restava molto tempo ancora da dedicare a quei lunghi viaggi di lavoro. L’autotreno, dopo la sua famiglia, era la cosa cui teneva maggiormente. Quei soldi però, si erano dovuti aggiungere al mutuo sulla casa che stava ancora pagando da più di dieci anni, cioè da quando si era trasferito con la moglie e il piccolo Fetonte in questa sobria casetta con un piccolo giardino davanti. La loro era una vita semplice, vissuta a volte anche con sacrifici e privazioni, ma a questa umile famiglia la situazione non pesava e c’era sempre alla base una grande fiducia nel futuro.

Fetonte, fin da bambino, anche grazie alla passione trasmessagli dal padre, era stato da sempre innamorato di tutto ciò che aveva a che fare con i motori, col rombo, con la meccanica e l’odore di olio.

Quando aveva quattro anni, sulla sua prima minuscola bicicletta aveva già installato con delle mollette da bucato pezzetti di cartone spesso i quali, a contatto con i raggi delle ruote in movimento, provocavano un rumore meccanico, simile ad un ingranaggio. Nella fervida immaginazione del bambino, ciò dava l’idea di qualcosa di simile a un motore. A sei anni invece ebbe come regalo una fantastica moto elettri- ca. Fu il giorno più felice della sua infanzia: per notti e notti non riuscì a dormire sonni tranquilli perché di tanto in tanto doveva alzarsi dal suo lettino per andare a rimirare il suo meraviglioso regalo. Lo faceva senza far alcun rumore per non farsi accorgere dai genitori, si dirigeva in punta di piedi verso il giardino davanti casa e, aperta lentamente la porta, si accoccolava davanti alla moto. Stava là immobile per lunghi minuti a osservarla, a contemplarla nelle forme aggressive, si abituava ai diversi colori e alle linee sinuose, sentiva l’odore di quelle gomme vere come un profumo che non si può scordare. Aveva tre marce più la retromarcia, due ruote motrici su quattro, raggiungeva i dieci chilometri all’ora con la marcia più veloce e tre chilometri all’ora con la retromarcia. Rossa fiammante con una serie di sfumature sull’arancio e il giallo che seguivano in modo aerodinamico la sua forma, quella moto era la sua vita felice di bambino. Il papà gliela aveva portata da molto lontano dopo un lungo periodo di distanza. Il bambino, neanche a dirlo, passava le giornate intere su quella moto, invidiato da tutti i compagni, e nel frattempo cominciava sempre più a prendere dimestichezza con la velocità e con il rischio. Quella passione non lo avrebbe mai più abbandonato per il resto dei suoi giorni.

Quando se ne presentò l’occasione, Fetonte, ormai compiuti i dodici anni cominciò a far capire ai suoi genitori che avrebbe voluto in regalo uno scooter. In realtà mancavano ancora due lunghi anni per raggiungere l’età che gli avrebbe permesso, dopo aver superato gli esami per la relativa patente, di poter guidare uno scooter legalmente.

            Io non ho nessun problema a guidare una roba del genere – diceva a tavola il ragazzo rivolgendosi con supponenza ai genitori – di cosa pensate ci sia bisogno per far andare uno scooter?

            Questo discorso deve finire il prima possibile – lo interrompeva la mamma guardando con un certo timore il silenzio incomprensibile del padre – non ne posso più! Quando capirai che non ti faremo mai fare una cosa che non è consentita dalla legge? I tuoi genitori sono persone normali, normali e oneste – continuava scaldandosi sempre più – e io, inoltre, se proprio ci tieni a saperlo, non ho alcun piacere nel saperti in giro a bordo di uno scooter… e conoscendoti molto bene, non dormirei più!

            Ma papà, faglielo capire tu – riprendeva Fetonte – che non deve preoccuparsi di nulla, che io sono già un esperto avendo cominciato ad andare sugli scooter dei miei compagni più grandi fin da quando avevo nove anni…

            Queste cose non si possono sentire, ma ti rendi conto? – si intromise in quel momento la madre che aveva ormai perso la pazienza – e tu? Tu è possibile che non dici niente a tuo figlio, possibile che non lo rimproveri? – diceva sgranando gli occhi e rivolgendosi al marito – non posso credere che tu te ne stia tranquillo in giro per cinque giorni alla settimana sapendo queste cose che hai appena ascoltato con le tue orecchie! Io sono la madre, ma tu dovresti essere il padre!

Quest’ultimo però, nonostante l’acceso alterco tra madre e figlio (non era la prima volta e non sarebbe stata neanche l’ultima) e malgrado fosse richiesto a gran voce il proprio parere, ma anche la propria autorità di padre, si limitò a compiere alcuni semplici movimenti: si alzò silenzioso dalla sedia e, accendendosi una sigaretta con le grosse mani, portò la sua robusta stazza verso il giardino, come se andasse a riflettere. Era d’altronde un uomo di poche, anzi pochissime, parole abituato, per il mestiere che faceva, a trascorrere la maggior parte del suo tempo in silenzio. La madre s’era rimessa a fare le sue faccende mentre Fetonte non si era mosso dal tavolo, come se stesse aspettando il verdetto paterno.

E il verdetto arrivò. Fu uno sguardo, un semplice sguardo muto di parole che fece capire a Fetonte che, almeno per adesso, non se ne parlava.

Il papà sarebbe ripartito il giorno dopo, alle sette del mattino. Come spesso accadeva, Fetonte raggiunse i suoi amici su un’altura poco distante dalla propria abitazione. I ragazzi, quando sapevano che l’autotreno del padre era in partenza, si svegliavano un’ora prima proprio per vedere quel mostro in azione, per ammirarne la grandezza, la potenza, le luci blu e rosse e gli alettoni con i quali quel convoglio era stato personalizzato diventando ancora più bello, una specie di oggetto spaziale.

Erano fermi là sopra, in trepidante attesa. Sotto di loro la statale che porta al casello dell’autostrada.

            Eccolo che arriva!

           Senti che roba! Senti! – gridavano alcuni.

Altri preferivano contemplare il passaggio del mezzo in silenzio, quasi smarriti, rapiti da tanta grandezza e potenza.

            Però una volta potresti rubarglielo – disse Gèbulo, uno dei migliori amici di Fetonte – senza che lui se ne accorga, ovviamente, che so … magari mentre fa un pisolino. Ti fai un giretto, ci vieni a prendere, e poi glielo rimetti a posto. Sai che viaggio…

            Sarebbe un sogno! – rispose subito la voce di un altro compagno – ma non è la realtà, però – aggiunse subito dopo.

            Troppo complicato – fece un altro ancora.

            Tu non ti preoccupare – disse invece con voce calma e sicura Fetonte – vedrai che fino alla fine un giro me lo farò. Ce le metterò le mani, e anche i piedi, su quel mostro. Voglio sentirlo il ruggito, lo voglio sentire come si imbestialisce quel treno sotto di me. Sono andato tante volte insieme a mio padre, so benissimo come si guida quell’affare.

E mentre pronunciava queste parole veniva fuori tutto il suo spirito d’avventura, tutta la spavalderia e il coraggio, tutta la baldanza e il bisogno di arrivare sempre oltre il limite.

            Mah ... Forse è ora di avviarci verso la scuola, che dite? – fece Gèbulo quasi sminuendo le parole di Fetonte perché troppo distanti dalla realtà, parole che mai avrebbero potuto mutarsi in qualcosa di concreto.

            Si va? Andiamo.

Passò un anno e accadde qualcosa che nessuno si aspettava, qualcosa le cui conseguenze cambiarono la vita di ognuno. Anche se il ragazzo non aveva ancora compiuto quattordici anni, il padre arrivò a casa a bordo di uno scooter meraviglioso. Era proprio come lo sognava Fetonte, l’ultimo modello. Tra i suoi amici più grandi nessuno ne possedeva uno simile, avendoli acquistati tempo prima ed essendo passati di moda.

Alla vista di quel regalo la sorpresa fu tale che il ragazzo non riuscì nemmeno a parlare. Si buttò al collo del padre che era ancora seduto sullo scooter, lo abbracciò lungamente. Quindi, sempre in silenzio, l’uomo si alzò e invitò il figlio a sedersi su quel mezzo, desiderio fattosi realtà. Fetonte era estasiato dalle cromature, afferrava in modo adiacente con tutte e cinque le dita le maniglie, le stringeva come mani di una persona amatissima, sondava la comodità dell’imbottitura della sella in pelle, immaginava già come avrebbe potuto usarlo, in che modo avrebbe mostrato a tutti la sua innegabile abilità. Per la madre invece, questa sorpresa si trasformò subito in un vero e proprio incubo e, per prima cosa, non rivolse più la parola né al marito, né al figlio.

Questo atteggiamento durò addirittura alcuni mesi. Si era sentita tradita. Non era possibile secondo lei assecondare la volontà di un ragazzo anche quando questa andava al di là delle norme, della legge comune a tutti i cittadini. E poi era molto preoccupata per il carattere temerario di Fetonte il quale non si sarebbe accontentato di avere lo scooter come la maggior parte dei suoi coetanei, ma avrebbe probabilmente iniziato a fare gare, avrebbe senza dubbio sfidato quelli più grandi di lui, avrebbe, insomma, dimostrato a tutti che lui era il migliore nel fare certe cose con la moto.

Da quel giorno cominciarono le infinite scorrazzate in lungo e in largo per le strade del paese, per le vaste campagne circostanti, sulle colline intorno e sulle piste di terra e pietra che i ragazzi costruivano per poter mettersi alla prova in competizioni sempre più pericolose e azzardate.

Ora finalmente Fetonte possedeva uno scooter tutto per sé, non avrebbe avuto più bisogno di chiedere niente agli altri. Quando arrivò a bordo della sua moto, fiero e superbo, davanti ai giardini pubblici dove sostavano diversi gruppi di ragazzi, fu una specie di tsunami.

Sgommava, accelerava, decelerava e frenava evitando di pochi centimetri panchine, oggetti e persone. La gran parte della gente era spaventata ma anche molto divertita da quello spettacolo da circo. Così, fiero di essere al centro dell’attenzione, riprendeva la corsa e in accelerazione comin- ciava una lunghissima impennata davanti alle bocche aperte dei tanti astanti che quasi non credevano di trovarsi davanti un semplice ragazzo, ma un campione o un artista acrobatico. Molti allora, cominciarono anche ad applaudire e a gridare e questo faceva gasare ulteriormente Fetonte che subito dopo, sempre rumoreggiando e smanettando sull’acceleratore, si mise a fare infinite piroette sulla pavimentazione marmorea della piazza lasciando a terra ampi segni neri di pneumatici. Di colpo però, apparentemente senza motivo, mentre molta altra gente arrivava sul posto e si accalcava per guardare e incitare, il ragazzo fuggì sparato verso una stradina e scomparve davanti agli occhi di tutti. Quel gesto, che era parso misterioso all’inizio, trovò una semplice spiegazione un istante dopo, quando davanti ai giardini comparve una macchina dei carabinieri con il lampeggiante acceso e due vigili urbani a piedi che qualcuno del vicinato probabilmente aveva mandato a chiamare, dopo tutto quel trambusto.

In classe, durante l’intervallo della ricreazione, non si parlava d’altro. Fetonte era diventato una specie di personaggio le cui imprese erano sulla bocca degli studenti di quasi tutto l’istituto. Per i più piccoli era addirittura un mito.

L’anno trascorreva in fretta e comunque il ragazzo riusciva ad ottenere anche dei discreti risultati a scuola. Era molto appassionato dai temi trattati dalla sua prof di italiano. Erano argomenti di attualità che la docente affrontava facendo partecipare direttamente gli studenti alla discussione. Inoltre Fetonte non amava molto trascorrere ore davanti alla tv, che riteneva uno scatolone pieno di stupidità, o alla Playstation. E poi quello che gli interessava veramente era la vita all’aria aperta, scorrazzare in lungo e in largo per le strade di campagna a tutta velocità, sentire il vento entrargli nelle narici, nella bocca e nelle orecchie, inebriarsi di profumi e suoni della natura intorno. E questo fin da quando aveva imparato a pedalare sulla sua prima bicicletta.

A scuola godeva quindi di una certa stima da parte di quasi tutti gli insegnanti pur sapendo, questi ultimi, proprio perché ormai era conosciuto in tutto l’istituto, che non avrebbe mai dedicato troppo tempo allo studio e che, appena terminati i compiti, sarebbe scappato via sul suo scooter.

Inoltre, da quando aveva ricevuto quell’amato dono, creava sempre occasione per mettere in mostra le proprie qualità e così non esitava, come aveva temuta la madre, a sfidare ragazzi più grandi in gare che si svolgevano al circuito in periferia: una pista fatta di fango, terra e pietre, buche enormi e curve dove ognuno, duellando senza sosta con gli altri, si calava in una competizione al cardiopalmo davanti agli spettatori. Quando c’era una gara alla quale partecipava Fetonte i ragazzi e le ragazze intervenivano addirittura a centinaia. Si creava una vera e propria tribuna, sembrava di assistere ad uno spettacolo di professionisti, con tifoserie diverse, bocche aperte per la meraviglia, urla di incitamento e di gioia, smorfie di rammarico e delusione.

Arrivò l’ennesimo fine settimana, ma quel sabato era destinato a rimanere impresso come un marchio a fuoco nella memoria di Fetonte. In cuor suo sapeva che qualcosa era cambiato. Era ormai già stanco dello scooter. Quel mezzo era stato adoperato, sfruttato, spremuto in ogni modo possibile per giorni, settimane, mesi interi, senza tregua. La sua abilità era cresciuta a dismisura così come la sua sete di esperienze sempre diverse. Le prove cui si era sottoposto erano diventate via via più pericolose. L’azzardo era una specie di acqua naturale che serviva per dissetare e spegnere temporaneamente quella sete infinita che, appena appagata, ritornava ancora più intensa.

Quel pensiero proibito che come un tarlo aveva trovato una strada sempre più profonda nella sua testa, ora stava per mutarsi in realtà. Nessuno lo avrebbe fermato.

La notte, quella famosa notte, per l’adrenalina, non era riuscito a chiudere occhio. Pensava già allo sguardo attonito e agli occhi e alle bocche spalancate di Gèbulo e degli altri amici nel momento in cui lui sarebbe passato a bordo dell’autotreno, guidandolo con le sue stesse mani. Sì, proprio così. Ne era convinto. Ormai.

Aveva a lungo pianificato come muoversi per non essere scoperto dai suoi genitori.

La prima cosa da fare era prendere le chiavi, pensava. Sapeva dove il padre le riponeva, lo aveva visto tante volte. Era in un cassetto di un piccolo mobile di legno scuro dentro la camera da letto.

Appena giunse la sera, i suoi genitori si rivolsero come sempre con la solita disponibilità mista ad una serie di raccomandazioni.

            Noi stiamo per uscire, Fetonte. Ricordi? Abbiamo quella cena con gli zii di cui ti abbiamo parlato. Ci fa piacere incontrarli, è una vita che non ci si vede – disse la madre mentre infilava le braccia dentro una giacca di cotone leggero.

            Cercheremo di non fare troppo tardi – aggiunse il papà – tu, comunque, hai le chiavi di casa e quando vuoi puoi rientrare. Naturalmente non più tardi delle undici – si era raccomandato. – E poi, se ci sono problemi, ci sentiamo tramite telefonino, siamo vicini, la pizzeria è appena fuori città…

            E lascia perdere lo scooter di sera! – aveva aggiunto con una punta di leggera irritazione la madre mentre gli occhi del figlio sembravano ascoltare e accettare passivamente ogni parola che fuoriusciva da quelle due bocche amiche – fammi trascorrere una serata in piena tranquillità una volta tanto! Senza pensieri, ok?

            Ma certo – aveva allora risposto il ragazzo mentre un gran numero di emozioni si azzuffavano nel suo cuore – state sereni e godetevi la vostra cena. Portate i miei saluti agli zii!

I fari dell’automobile si erano persi nella distanza. Fetonte, rimasto solo a casa, cominciò a mandare messaggi ai suoi amici più stretti comunicando loro di farsi trovare al solito posto perché lui, tra meno di mezzora, ci sarebbe passato facendo ringhiare il motore di quell’enorme automezzo. Era proprio vero, era proprio così: ormai nessuno più lo poteva fermare.

Sembrava un esperto. Apriva la portiera senza la minima difficoltà, inseriva le chiavi, aggiustava gli specchietti, premeva ogni pulsante così come aveva visto fare alle consapevoli mani paterne ogni volta che gli aveva chiesto di fargli fare un giro su quel mostro negli ultimi anni.

Adesso era realmente all’interno del camion, da solo, alla guida. Era arrivato il momento di dare vita a quell’essere, di farlo cominciare a rombare. Cercò di mantenere la calma, ma era molto difficile controllare tutte le emozioni.

Quando accese il motore e schiacciò da fermo l’acceleratore, il cuore sembrò saltargli in gola. Stava provando qualcosa di così forte che non era paragonabile a nulla di tutto quello che aveva vissuto fino a quel momento nella sua vita. E ciò che stava provando gli aveva completamente offuscato la mente perché, in quei minuti, non era più in grado di ragionare. Non era in grado di rendersi conto del pericolo che stava correndo, per se stesso e per gli altri. Ma era troppo sicuro di sé e quel sogno finalmente si stava realizzando. Ora solo questo contava, gli altri pensieri sembravano evaporare, sciogliersi in minuscole goccioline fino a sparire.

Non ci fu bisogno di fare manovra, il mezzo era parcheggiato in maniera tale che svoltando un paio di volte a destra ci si ritrovava già sull’imbocco per la superstrada. Dopo avergli dato vita, lentamente, il ragazzo ora guidava l’autotreno con destrezza, il cuore a mille, qualche goccia di sudore e un leggero tremore, le giovani mani ben salde sullo sterzo, tutte le luci accese. La direzione era giusta, sapeva che da sopra la collina lo avrebbero atteso e salutato Gèbulo e gli altri. Infatti, dopo pochi minuti, fu proprio così.

            Eccolo che arriva!

            Ma…. È proprio lui?! Siamo sicuri? Non può essere…

            No, è un pazzo! Non ci posso credere, ma come ha fatto!

            Eh sì, solo lui poteva riuscirci…

I commenti degli amici increduli si susseguivano in un’atmosfera di euforia ed esultanza. Più l’autotreno si avvicinava con il suo infinito festival di luci e i grossi fari anteriori, più i ragazzi si stropicciavano gli occhi per quello cui stavano assistendo.

            Lo aveva detto che prima o poi lo faceva…

            Voglio saltarci pure io sul quel bestione! Su, avanti che ci facciamo ancora qua!

            Sta rischiando di brutto, speriamo non succeda niente! È incredibile!

            Fetonte sa sempre quello che fa, guardalo, è sicuro!

Il camion passò a pochi metri dal gruppo che venne inevitabilmente illuminato da tutto l’apparato di luci variopinte che aveva intorno; poi Fetonte iniziò a suonare i diversi tipi di clacson emettendo melodie di forma diversa alle quali gli amici rispondevano con urla di entusiasmo. Dopo qualche centinaio di metri, alla rotonda, Fetonte sterzò non senza un minimo di impaccio e rifece il percorso all’inverso per ripassare ancora davanti al gruppo di amici. Arrivato in fondo alla fine della strada poi, all’altra rotonda, ritornò ancora indietro facendo il tragitto diverse volte, affacciandosi dal finestrino e gridando a gran voce tutta la sua soddisfazione per quell’impresa su cui nessuno avrebbe scommesso fino in fondo. Ogni tanto incrociava altri autotreni che uscivano dalla superstrada o semplicemente automobili di ogni genere, ma niente sembrava preoccuparlo. Andò avanti così per una ventina di minuti.

All’ennesima sfilata davanti ai compagni, però, avvenne quello che nessuno avrebbe voluto accadesse, ma che tutti, in fondo, temevano. Forse per il sorpasso azzardato di un’auto che aveva invaso la sua corsia, forse per una banale distrazione o per l’emozione troppo forte che lo aveva trasportato fino a quel momento: ad un certo punto l’enorme mezzo cominciò a sbandare così, da un momento all’altro, come una grande be- stia ferita che barcolla, prima verso destra poi verso sinistra, poi ancora verso destra fino a uscire completamente fuori strada e piegarsi su un fianco. Il fracasso fu enorme così come il panico che subito prese Gèbulo e gli altri amici. Ora, scivolando e cadendo per il fango del pendio, correvano tutti verso l’autotreno; molti autisti anche si erano fermati, spaventati e allarmati, ed erano andati a vedere se ci fosse bisogno d’aiuto.

L’urto, per fortuna, era stato attutito dai folti arbusti che ricoprivano la terra a lato della strada, ma il camion si era gravemente danneggiato. La gente si era accalcata intorno all’abitacolo del mezzo per capire se l’autista era sano e salvo. Così, dopo qualche lunghissimo minuto di attesa in cui alcuni avevano temuto il peggio, Fetonte uscì fuori dall’abitacolo, pallido per la paura, con qualche piccolo graffio sul viso, le parole contorte e bloccate nella bocca. Venne presto soccorso dalla gente che si era fermata e che adesso, incredula, realizzava che al volante di quel mostro c’era soltanto un ra- gazzino. Venne chiamata l’ambulanza e immediatamente arrivò anche la polizia stradale. Poco dopo anche i genitori di Fetonte furono avvisati e si precipitarono sul luogo. L’amarezza lo invase soprattutto quando guardò negli occhi il padre, prima, e poi la madre. In quel momento, ne era sicuro, aveva voluto osare troppo e per questo aveva perso la loro fiducia. Forse per sempre.

 

 

 

 

lunedì 10 novembre 2025

 

Come è stato leggere un libro intero per quasi due mesi con il metodo WRW? Cosa ha significato per te cercare insieme all’insegnante e ai compagni il significato della storia, dei temi, dei simboli, dei personaggi? Cosa ha significato per te andare OLTRE la semplice domanda “Cosa hai capito?”, concentrandoti invece sulle connessioni (“a cosa ti fa pensare?”)?

Secondo te questa è una metodologia efficace per amare la lettura e capire le cose? Ti piacerebbe continuare?

verifica complementi