LA CONDIZIONE FEMMINILE NELLA SOCIETÀ NOMADE DEGLI UNNI
VITE NOMADI NEL CUORE
PULSANTE DELLA STEPPA ASIATICA
Gli Unni erano un vasto popolo nomade
e multietnico. Provenivano dalla steppa
asiatica, in una zona di potere che andava
dai confini attuali della Cina occidentale al
Kazakistan. A bordo di carri e, nei periodi
di sosta, all’interno di yurte (tipiche tende
circolari) i loro spostamenti erano costanti
e finalizzati a seguire le risorse e le opportunità di pascolo per il bestiame. Le donne unne partecipavano attivamente a questo stile di vita, gestendo i trasferimenti delle tribù prendendosi cura
delle necessità quotidiane durante gli spostamenti
Tra le responsabilità primarie rientrava la
gestione delle risorse disponibili, inclusi il
bestiame e altri beni alimentari per
approvvigionamenti necessari per il
viaggio.
Anche la caccia, attività cruciale per
gli Unni, era probabilmente svolta dalle donne
in modo attivo, così come l’uso del
cavallo, animale d’importanza fondamentale per questo popolo che ne sfruttava la carne, il latte, la pelle e il trasporto.
POCHE FONTI STORICHE
Le fonti storiche dirette sono quasi inesistenti, ma gli studiosi continuano a fare ricerche attraverso la genetica e i resti rinvenuti nei luoghi di sepoltura. A tale proposito i test genetici relativi ai reperti di una grande tomba scoperta ai confini tra Cina e Mongolia hanno dimostrato l’esistenza al suo interno di resti femminili. Ad essi erano associati preziosi oggetti funerari tra cui lastre d'oro, carri di bronzo oltre a resti biologici di cavalli, pecore e bovini. Questo potrebbe dimostrare che le donne di alto rango avevano ruoli attivi poiché selle, redini e carri di bronzo erano strumenti importanti per i nomadi delle steppe, originariamente associati agli uomini e al
potere. Inoltre queste donne di alto
rango è probabile fossero utilizzate
per rafforzare alleanze tra tribù
diverse, anche esterne, e a questo
scopo mandate in matrimonio con
i capi tribali. Si pensa, infatti che
gli Unni mescolassero
intenzionalmente la loro
gente con altre popolazioni
per consolidare il controllo
delle steppe, sia attraverso
sistemi di alleanze, anche
economiche, che con
conquiste militari.
DIVERSI RUOLI SOCIALI
Nell'organizzazione sociale degli Unni si osservava la poligamia, vale a dire la pratica in cui un uomo aveva la possibilità di avere più mogli. Tuttavia, questa pratica era riservata principalmente a chi aveva potere e ricchezza ed era perciò in grado di mantenere una famiglia allargata. In questi casi la prima moglie deteneva comunque un
ruolo privilegiato all'interno del contesto famigliare,
e i figli nati dal primo matrimonio erano considerati
di maggiore importanza rispetto a quelli successivi.
Il ruolo famigliare era svolto attraverso la cura degli
anziani e l’educazione delle nuove generazioni cui
venivano insegnate abilità pratiche e trasmesse
tradizioni culturali attraverso storie e canzoni.
Diffusa era anche la pratica della tessitura
soprattutto in lino.
In alcune tribù unne, le donne potevano essere
coinvolte nelle decisioni tribali. Partecipare alle
assemblee tribali significava avere un ruolo
nell'esprimere opinioni e consigli sui problemi
interni alla comunità.
Sul piano religioso, infine, ad alcune donne era
consentito ricoprire funzioni spirituali e
cerimoniali. Potevano fungere da custodi delle
tradizioni spirituali della tribù, partecipando a
rituali sacri e offrendo sostegno religioso
alla comunità.
IMPERO BIZANTINO
DONNE ARISTOCRATICHE
A differenza di molte altre culture
medievali, la narrazione storica
bizantina si concentra principalmente
su imprese imperiali e questioni religiose,
trascurando la storia sociale e quindi
anche la storia delle donne. Gli storici
moderni hanno a disposizione limitate
fonti per ricostruire aspetti cruciali come
le relazioni tra le classi, la vita familiare e l'economia. Inoltre, la maggior parte delle fonti è stata scritta da uomini, con le loro prospettive e pregiudizi.
Per quel che sappiamo, le donne aristocratiche giocavano un ruolo chiave nella società bizantina. Tuttavia, la crescente influenza del Cristianesimo influenzò notevolmente il loro ruolo. Per preservare la
purezza delle giovani ragazze fino al
matrimonio, si cercava di mantenere
una rigorosa separazione tra maschi e
femmine. Le famiglie benestanti
addirittura avevano spazi riservati alle
donne dove esse potevano evitare il
contatto con gli uomini estranei.
Nella pratica le donne partecipavano
alla vita pubblica, andavano al
mercato, frequentavano i bagni pubblici, visitavano parenti, partecipavano alle celebrazioni religiose e si riunivano in chiesa, sebbene in luoghi separati da quelli degli uomini.
Il matrimonio per le donne aristocratiche bizantine avveniva spesso molto presto, intorno ai dodici anni, con il coinvolgimento dei genitori. Il divorzio era difficile da ottenere, ma poteva avvenire in caso di adulterio. Le leggi di Costantino e Giustiniano restrinsero ulteriormente la possibilità di divorzio, limitandola a casi di omicidio o stregoneria, e in seguito abolirono del tutto il divorzio a meno che entrambe le parti scegliessero di diventare monaci.
DONNE BIZANTINE E LAVORO
Nell'Impero Bizantino era presente una vasta gamma di lavori che spaziavano dall'agricoltura al commercio, all'artigianato (in particolare nella tessitura e nella produzione di seta) e all'ospitalità. Non c'era nulla che vietasse alle donne di possedere e gestire le proprie attività, come locande e negozi.
Alcune delle professioni femminili più comuni includevano tessitrici, fornaie, cuoche, ostetriche, medici, prestatori di denaro e titolari di terme. Molte di queste occupazioni e le abilità necessarie per svolgerle venivano tramandate di generazione in generazione.
Un esempio notevole di una donna d'affari di successo fu Anicia Giuliana, un'aristocratica ben introdotta che divenne una delle donne più ricche dell'Impero Bizantino. Non solo accumulò ricchezze, ma le utilizzò anche per finanziare la costruzione e la decorazione di chiese importanti a Costantinopoli.
Le donne di classe inferiore erano spesso coinvolte in mestieri come prostitute e attrici, attività che nella società bizantina erano viste con sospetto, specialmente dalle classi superiori.
ALCUNI DIRITTI
Le donne nell'Impero Bizantino godevano
di determinati diritti come, ad esempio,
la possibilità per le figlie di ereditare
una parte del patrimonio familiare
uguale a quella dei loro fratelli (a meno
che non ci fosse un testamento specifico).
In caso di morte del marito, inoltre, la
moglie diventava la tutrice ufficiale dei
bambini e aveva il diritto di possedere
e gestire la terra e la proprietà come
qualsiasi altro proprietario terriero
maschio.
Tuttavia, le donne avevano limitazioni
nei ruoli giudiziari e nelle funzioni
religiose della Chiesa.
In campo religioso, le donne erano considerate spiritualmente uguali agli uomini, e alcune delle sante più venerate nella Chiesa bizantina erano donne. Maria Theotokos, la “Madre di Dio”, era un'icona molto comune nell’arte e nella spiritualità bizantina.
I monasteri dedicati alle donne offrivano un rifugio e un sostegno alle donne in difficoltà, consentendo loro di svolgere ruoli importanti all'interno delle comunità monastiche.
Nella società bizantina era difficile passare da una classe sociale all’altra, ma un percorso che consentiva un rapido avanzamento sociale era il matrimonio con un membro della famiglia imperiale. In questo modo, ragazze comuni potevano diventare addirittura imperatrici. È il caso di Irene (752-803), una ragazza di Atene che sposò l'imperatore Leone IV. Alcune madri cercavano di far entrare le loro figlie nella corte imperiale in modo che potessero ottenere impieghi come dame di compagnia.
LONGOBARDI
LA SUBORDINAZIONE FEMMINILE
NELLA SOCIETÀ LONGOBARDA
I Longobardi, giunti in Italia nel 568 dopo
una lunga fase di nomadismo, erano noti
per la loro nobiltà e ferocia guerresca.
La società longobarda era incentrata
sulla forza e sulle armi, con un ceto
sociale dominante prevalentemente
analfabeta. Le donne, inserite in unioni
familiari chiamate "fare", vivevano in
una società divisa in classi ben distinti e
che grazie alla guerra riusciva a prosperare
attraverso il bottino e i tributi delle vittorie.
Quella femminile era una condizione di sottomissione estrema all'universo maschile. Gli uomini adulti e liberi, detentori dei pieni diritti civili e politici, relegavano le donne e i minori, incapaci di portare le armi, a sottostare alla protezione di un maschio adulto come il padre, il
fratello o il marito. Questo
diritto di protezione era chiamato
mundio. La vita della donna si
svolgeva quindi essenzialmente
sotto la custodia maschile ed
essendo sempre un uomo il
detentore del mundio, col
matrimonio
questo diritto si trasferiva dal
potere
del padre (o del fratello) a quello del
marito. Questo consentiva al marito anche di amministrare i beni della donna, rappresentarla pubblicamente e controllare il suo comportamento secondo le norme sociali e culturali.
IL CONTROLLO ECONOMICO E SOCIALE
La trasmissione dell’eredità avveniva solo di padre in figlio, mentre alle figlie era riservata una dote utile per il matrimonio e che fino a quel giorno rimaneva sotto il controllo familiare. Per quanto riguarda le scelte sentimentali le donne longobarde erano vincolate alle decisioni della famiglia e all’appartenenza alla classe sociale.
Dopo la consumazione del matrimonio, la donna riceveva il morgengabe (dalla lingua germanica = dono del mattino), una donazione che il marito faceva alla moglie dopo la prima notte di nozze e corrispondente a una parte dei beni dell’uomo. Nonostante il
marito avesse un potere molto esteso
sulla libertà della moglie, situazioni
particolari come l'adulterio, il disinteresse
o la lontananza dalla famiglia
potevano concedere alle donne qualche
diritto personale in più.
In questo senso, l'Editto di Rotari, il primo
codice germanico di leggi scritte, forniva
protezione legale alle donne vittime di
violenza, consentendo loro di essere poste sotto la tutela del re in caso di aggressione. Questo garantiva sicurezza e il potere di scegliere un nuovo tutore oppure di rimanere sotto la protezione dello stesso sovrano.
INDIPENDENZA ECONOMICA E SFIDE FAMILIARI
Nelle dinastie longobarde, nonostante la condizione subordinata delle donne rispetto al potere maschile, la figura femminile rivestiva un'importanza vitale come elemento di continuità. Regine, duchesse e altre figure femminili di alto rango potevano infatti svolgere ruoli di rilievo politico e sociale. In alcune fonti del Ducato di Benevento, ad esempio, si nota l'attiva partecipazione delle donne alla vita economica e sociale del territorio, agendo come venditrici, acquirenti e testimoni in compravendite, sempre nell’osservanza della legge longobarda.
Nella storia di questo popolo
troviamo anche dei personaggi
femminili di grande rilievo. Prima
su tutte Teodolinda, figura chiave
nella storia longobarda, la quale fu
non solo una regina
dalla politica solida,
ma anche una
pioniera nel
convertire il suo
popolo al
cattolicesimo. Il
suo ruolo,
a quello del marito
Liutprando, fu
fondamentale
per rafforzare le
relazioni con il Papa nell’Italia centrale. Il processo di conversione attuato da Teodolinda si ripeté anche nei territori dell’Italia meridionale con donne come Teodorada, definita non a caso la "Teodolinda del Sud,"
DONNE ROM TRA FAMIGLIA, STEREOTIPI E RITI DI PASSAGGIO
COSA VUOL DIRE ESSERE
UN POPOLO NOMADE
La lunga migrazione Rom ha
portato questo popolo ad
adattamenti e connessioni culturali
complesse con le società con le
quali di volta in volta essi sono
entrati in contatto. La storia delle
donne rom è stata però quasi
esclusivamente caratterizzata da restrizioni e discriminazioni, delineando una interazione problematica con le altre culture, come è accaduto in generale per tutto il popolo rom.
Per quanto riguarda in particolare la figura della donna, anche all’interno
dello spazio domestico è
spesso stato occupato un
ruolo subordinato rispetto
all'uomo capofamiglia,
con chiare limitazioni
nell’affermazione
personale. Pur essendo
educata per tradizione a
essere madre e custode
della cultura, la donna
rom ha sempre rivestito anche un ruolo determinante dentro la famiglia, sostenendo responsabilità chiave per la cura e la custodia di bambini e anziani. La sfera d'azione femminile è stata per lo più confinata alla sfera privata e in chiusura verso l’esterno, concentrandosi sulla gestione familiare e sui compiti domestici fin dalla giovane età.
STEREOTIPI E RUOLI
DI GENERE A PARTIRE DALLA PRIMA ETÀ
Le donne rom, fin dalla nascita, si trovavano
sotto l'influenza di stereotipi e ruoli di genere
che le segregavano dagli uomini all'interno
della comunità. L'infanzia delle ragazze era
già guidata dalle responsabilità di cura dei
fratelli e delle sorelle minori oltre che da
mansioni domestiche. Crescendo
influenzate da credenze, costumi e
ruoli sociali ben distinti tra uomini e
donne, queste ragazze si abituavano
a vedere i compiti domestici come prioritari rispetto a uno sviluppo esperienziale di interazione con la vita fuori dalla comunità rom. Durante la pubertà, l’unico vero percorso educativo predominante cui le ragazze venivano preparate era quello dedicato al loro futuro di spose e, di conseguenza, madri, essendo fondamentale all’interno della comunità la ricchezza dovuta al numero dei componenti.
DALLA PUBERTÀ AL MATRIMONIO: CONTROLLO FAMILIARE E VALORI TRADIZIONALI
Il passaggio dalla pubertà al matrimonio per una giovane donna rom
significava una transizione dalla dipendenza e
dal controllo della propria famiglia
verso il controllo del marito e dei parenti
di quest’ultimo. Questo periodo critico,
segnato proprio dalla fase compresa tra
infanzia e adolescenza, richiedeva una
maggiore vigilanza e controllo sulle ragazze.
Tale atteggiamento era considerato segno
di rispetto e onore familiare. Per le donne
rom, infatti, era fondamentale arrivare al
matrimonio senza avere avuto relazioni
precedenti con altri uomini.
La castità era un valore assoluto e
per rispettarlo erano consentite restrizioni
rigorose nei rapporti tra i giovani. In questo contesto, l’unione matrimoniale assumeva valore anche come unione tra famiglie diverse. Per le donne rom diventava un punto cruciale della propria esistenza, definendo la loro posizione sociale e i ruoli assegnati nella comunità. Questa intricata trama di dinamiche familiari, stereotipi e transizioni tra fasi della vita ha caratterizzato la complessa storia delle donne rom dal contesto medievale resistendo, in gran parte, fino ai nostri giorni.
RUOLO DELLE DONNE
NELL’ANTICA POLINESIA
AGRICOLTURA E ARTIGIANATO
Nelle antiche società polinesiane, il contributo
delle donne si estendeva dal ruolo famigliare e
domestico alle attività agricole. Un lavoro vitale
era ad esempio svolto nella coltivazione di
alimenti fondamentali come il taro, il cocco,
le banane e altri prodotti locali. Le donne non
solo partecipavano alla semina e alla cura dei
campi ma giocavano un ruolo cruciale nella
raccolta, contribuendo significativamente
all'economia locale. Questo coinvolgimento
nelle attività agricole rappresentava non solo
una necessità pratica ma anche un'articolazione
chiave del loro legame con la terra e il sostentamento
della comunità.
Oltre a svolgere un ruolo di rilievo nell'agricoltura, le donne polinesiane erano attive nell'artigianato e nella tessitura, creando manufatti attraverso materiali naturali come foglie di palma e fibre
vegetali. Questa duplice partecipazione
evidenzia la loro versatilità e la capacità di
gestire aspetti pratici decisivi per la vita
quotidiana. Con la produzione di cibo
e, contemporaneamente, con la
creazione di oggetti di uso quotidiano,
veniva sottolineata loro presenza
nell'intero ciclo della vita comunitaria.
CUSTODI DELLE TRADIZIONI SPIRITUALI E AMMINISTRATRICI DELLA VITA FAMILIARE
Il ruolo delle donne polinesiane non si limitava
alle attività quotidiane. Funzioni chiave erano
anche ricoperte nei rituali religiosi e nelle
cerimonie. Spesso investite del ruolo di
sacerdotesse o partecipanti attive a
pratiche spirituali, le donne partecipavano
alla trasmissione delle tradizioni culturali
e delle credenze religiose. Questa
doppia responsabilità – nell'ambito
spirituale e nella gestione familiare
– ne indica una potente influenza tanto
nelle sfere sacre quanto in quelle
quotidiane della vita comunitaria.
Il mana, la forza spirituale o il potere sacro
che risiede nelle persone di alto rango non era un aspetto esclusivo degli uomini, mentre il alcune comunità nella coppia fratello-sorella quest’ultima godeva di uno status superiore.
Inoltre, la gestione familiare,
che includeva la cura dei
figli, la preparazione del
cibo e la gestione delle
risorse domestiche,
evidenziava la loro
centralità nella vita
familiare e
comunitaria.
ESPRESSIONI ARTISTICHE E NAVIGAZIONE
Bisogna infine ricordare la partecipazione
attiva delle donne polinesiane a
espressioni artistiche come la danza
e la musica, manifestazioni che assumevano
profondi significati culturali, spirituali e
sociali all’interno delle comunità.
Come protagoniste di queste
manifestazioni, le donne
contribuivano a preservare e
celebrare la ricca mole di tradizioni
culturali esistenti nelle società
dell’antica Polinesia.
Sorprendentemente, in alcune
gruppi sociali insulari, le donne
partecipavano in prima persona anche alla
navigazione e all'insediamento di nuove terre,
dimostrando la loro competenza in abilità cruciali per la sopravvivenza e l'espansione dei popoli polinesiani negli arcipelaghi dello sterminato Pacifico.
LE DONNE VICHINGHE:
TRA STEREOTIPI,
MITI E REALTÀ
ESPLORANDO I RUOLI FEMMINILI
NELL’ANTICA SCANDINAVIA
L'immagine della condizione femminile
presso i Vichinghi, popolo di grandi esploratori
e conquistatori della Scandinavia, è spesso
influenzata da stereotipi e miti. Le fonti storiche
sono limitate e spesso frammentarie, il che rende
difficile avere un quadro completo e accurato della vita quotidiana dei Vichinghi. Inoltre, è importante notare che la società vichinga era variegata e i ruoli e le responsabilità potevano variare a seconda della regione, della classe sociale e di altri fattori. Gran parte delle informazioni che abbiamo sui Vichinghi proviene da fonti esterne alla loro cultura, come cronache di viaggiatori stranieri, e potrebbero essere influenzate da pregiudizi culturali o interpretazioni errate.
Tuttavia, alcune informazioni suggeriscono che le donne vichinghe avessero ruoli significativi e una certa autonomia nella società.
CASALINGHE,
IMPRENDITRICI E
PARI OPPORTUNITÀ
Nell'era vichinga, la vita delle
donne era principalmente
incentrata sulla gestione domestica della fattoria. Si trattava di un’abitazione – la longhouse – che era l’edificio principale e di altri ambienti e fabbricati annessi come fienili, stalle e laboratori. Quando gli uomini partivano per le spedizioni, la responsabilità della fattoria passava alle donne, che si occupavano delle coltivazioni e della sopravvivenza familiare. Le donne erano principalmente impegnate in compiti domestici come la pulizia, la preparazione del cibo e la lavorazione della lana. Inoltre, svolgevano ruoli chiave nella cura dei bambini e degli anziani. Nelle città, alcune donne erano coinvolte nell'artigianato, specializzandosi soprattutto nella produzione tessile e, in alcuni casi commerciando direttamente i prodotti.
Sebbene le donne vichinghe godessero di maggiori libertà rispetto ad altre donne dell'epoca, esistevano ancora limitazioni ufficiali come il divieto di comparire in tribunale o ricevere un'eredità.
Il matrimonio segnava un momento cruciale. Prima di sposarsi, la donna viveva con i genitori i quali erano coinvolti nella decisione per scegliere il marito. La reputazione della donna era strettamente legata a quella del marito, e le saghe nordiche che si tramandavano come tradizione, di generazione in generazione, narrano di competizioni tra donne per ottenere l’uomo di più alto rango. Se il matrimonio non funzionava, il divorzio era possibile e proprio le saghe descrivono diverse norme e motivi che potevano portare a questa decisione. Ad esempio per violenza subita o per decadimento in povertà a causa del marito, la moglie poteva decidere di divorziare. In questo senso la cultura scandinava si dimostra come pioneristica per quanto riguarda le pari opportunità. Dopo il divorzio, i neonati solitamente rimanevano con le
madri, mentre i bambini più grandi
venivano divisi tra le famiglie dei
genitori in base alla ricchezza e al
prestigio sociale.
Mentre gli uomini potevano
avere
diverse amanti, l'infedeltà
femminile era severamente
punita.
POTERE, FAMA E SIMBOLISMO DELLE CHIAVI
Le saghe islandesi rivelano la presenza di donne potenti capaci di emulare i loro mariti, navigando con audacia e ostinazione, godendo di rispetto e reputazione. La sepoltura di Oseberg in Norvegia, relativa a una donna nobile forse regina, evidenzia a che punto certe donne vichinghe potevano arrivare nel raggiungimento di ricchezza e fama. L'ampia varietà di oggetti scolpiti nel legno della sepoltura, tra cui mobili, utensili e biancheria di pregio, ci comunica il ruolo centrale delle donne nella società vichinga. Anche dalle saghe ci arrivano indizi come ad esempio il fatto che la reputazione femminile, all’interno delle storie intricate e dense di avvenimenti e colpi di scena, rimaneva intatta, anche se i loro mariti perdevano prestigio.
Nell’ambito religioso, prima della conversione vichinga al cristianesimo, vi potevano essere donne veggenti molto rispettate nei culti precristiani e che si credeva predicessero il futuro riguardo a fattorie e spedizioni militari.
Le chiavi ritrovate nelle tombe delle donne vichinghe, inizialmente interpretate come simbolo dello status di casalinga, stanno rivelando un quadro più complesso. Solo raramente infatti, secondo recenti studi, le casalinghe medievali portavano le chiave. La presenza
delle chiavi quindi potrebbe avere significati più ampi, oltre al
ruolo domestico. Potrebbero simboleggiare il passaggio da una
fase della vita all'altra, come dall'infanzia all'età adulta, o
rappresentare un potere speciale, forse associato alla capacità
di vedere nel futuro. Questa prospettiva suggerisce che le donne
con le chiavi potrebbero essere considerate esperte o detentrici
di poteri specifici, piuttosto che essere limitate alla tradizionale
funzione domestica.
LA FAMIGLIA NELL’AFRICA SUB-SAHARIANA
DISCENDENZA PER VIA MATERNA
La maggior parte delle fonti dell’Africa
sub-sahariana del periodo che in
Occidente e chiamato “medievale”
deriva da viaggiatori e mercanti islamici
che intrattenevano relazioni con quei
popoli lungo le Rotte transahariane,
dall’Atlantico al Mar Rosso e dal
Sahara al Mediterraneo. Molti di questi
racconti confermano quelli dei griot,
i cantastorie africani di tradizione orale.
Quando il famoso viaggiatore musulmano Ibn Battuta nel XIV secolo si ritrovò nei territori dell’Impero del Mali, poté osservare che le
popolazioni autoctone seguivano una
tradizione matrilineare, ovvero la discendenza
e la proprietà erano trasmesse attraverso le
madri. Questa cosa fu molto sorprendente per
Ibn Battuta perché, a quel tempo, quelle
popolazioni si erano già convertite all’Islam
ed egli stesso, in quanto musulmano, era
abituato ad una discendenza famigliare per
via maschile o patrilineare. Egli rimase
inoltre sconvolto dall’abitudine alla
nudità all’interno della comunità mentre
musulmani, ebrei e cristiani credevano che Dio avesse richiesto agli uomini di coprire i loro corpi, usanza che nel Medioevo si era tradotta, per le donne, nel lasciare scoperto soltanto il viso e le mani.
FUNZIONI ALL’INTERNO DELLA COMUNITÀ
Le donne si prendevano cura della prole e della casa, preparavano e cucinavano pasti con suppellettili che, in alcune società, erano esse stesse a fabbricare. Nelle comunità contadine si adoperavano per qualsiasi mansione da svolgere nei campi: estirpare erbacce, zappare e seminare, seguire il raccolto e immagazzinare i prodotti della terra. Si potevano trovare donne a preparare e vendere dolci e altri prodotti alimentari all’interno di mercati, ma in diverse zone era anche diffusa la schiavitù femminile.
Ad esempio, durante gli spostamenti gli uomini erano seguiti da schiave che trasportavano arredi e merci.
Un figlio avuto da una schiava poteva rimanere
nella famiglia ed essere cresciuto dalla madre.
Le donne schiave si adattavano alla vita
famigliare più degli schiavi di sesso maschile.
Per una donna africana e per la comunità in
cui viveva era molto importante il valore della
fertilità. La preoccupazione verso le nuove
nascite era molto grande poiché assicurava
una forza lavoro numerosa e produttiva.
La famiglia era anche in Africa occidentale,
parimenti alla cultura cristiana e a quella
musulmana, il fondamento della società
così come grande significato aveva la casa. Questa, presso alcuni popoli del Togo, veniva identificata col corpo umano e le sue parti corrispondevano alle parti anatomiche associate ad antenati della famiglia. La casa, in questo modo, era anche molto vicina alla funzione della tomba contribuendo a rafforzare la continuità tra presente e passato. Era, infatti, molto diffuso il culto degli antenati considerati non appartenenti al mondo dei morti, ma ancora presenti per molto tempo in quello dei vivi, come membri della famiglia ancora presenti.
I BAMBINI
Ai bambini venivano concesse diverse
attenzioni per la crescita e le diverse
fasi dello sviluppo nelle quali era sempre
tutta la comunità del villaggio ad educare.
Inoltre, veniva loro accordato particolare
rispetto perché si credeva che fossero la
reincarnazione degli antenati, come se ci
fosse sempre una continuità della vita tra morti e vivi e viceversa
I bambini riflettevano anche l'armonia spirituale, gli ideali della bellezza individuale e il benessere dell'ordine familiare.
LA GUERRA RENDE PIÙ POTENTI GLI UOMINI
Durante il XIV e il XV secolo, a causa della sempre crescente importanza che la guerra acquisiva per alcune società africane, donne e bambini persero posizione o potere a vantaggio degli uomini. Allo stesso modo il diffuso utilizzo di
schiavi nel lavoro
domestico fece
diminuire prestigio
e centralità al ruolo
della donna.
COMUNITÀ FAMIGLIARI NEL NORD AMERICA
MANCANZA DI FONTI
Per quanto riguarda il modo in cui vivevano
le famiglie nell’America precolombiana,
in questo caso nella parte settentrionale
del continente, non abbiamo la stessa
documentazione disponibile per le civiltà
europee, orientali o arabe.
Alcune fonti ci fanno risalire a una serie di
piccole comunità disseminate tra la costa
nord-occidentale del Pacifico, la regione
delle Grandi Pianure e i boschi orientali
dove vivevano gli Irochesi.
Le informazioni aumentarono enormemente
con l’arrivo degli europei. All'inizio del XVI secolo, Amerigo Vespucci fu tra i primi osservatori europei di popoli nativi delle Americhe. Nelle sue lettere il famoso esploratore fiorentino raccontò di come gruppi molto grandi di indigeni vivessero in case condivise.
In alcuni casi, le abitazioni
multifamiliari erano
associate allo sviluppo
dell'agricoltura, poiché la
residenza condivisa
incoraggiava il lavoro
cooperativo richiesto dalla
produzione alimentare intensiva. Tuttavia, questo modo di abitare era diffuso anche nelle regioni del nord-ovest, sul Pacifico, dove il sistema agricolo non era ancora sviluppato.
IROCHESI E TRIBÙ DELLE GRANDI PIANURE
Già dopo il 1000 gli Irochesi avevano cominciato a sostituire le abitudini di caccia e raccolta con quelle legate alla coltivazione dei campi, creando i primi insediamenti semipermanenti. L’agricoltura produceva cibo in abbondanza e la popolazione cresceva, così più famiglie cominciarono ad unirsi e a condividere queste abitazioni (longhouse, case lunghe) oltre che il lavoro. La discendenza era probabilmente per linea materna o matrilineare e lo sviluppo dell’agricoltura rafforzò il ruolo e la funzione delle donne negli affari interni dandogli maggiore autorità rispetto agli uomini. Le donne a capo del clan decidevano quali uomini potevano prendere parte all’assemblea tribale. Dopo il matrimonio, un uomo andava a vivere nell’abitazione della moglie o della suocera e anche la longhouse era gestita e governata da una donna a sua volta assistita dalle altre donne del gruppo multifamiliare.
Lo stesso avveniva per le longhouse fatte con tronchi e tavole di cedro delle popolazioni del nord-ovest, zono molto ricca di risorse naturali. Anche gli indigeni delle Grandi Pianure vivevano in longhouse condivise e multifamiliari, anche se qui l’unione tra le famiglie era funzionale soprattutto alla caccia del bisonte.
PUEBLO
I Pueblo, comunità del sud-ovest, vivevano in case contigue con tetti in pietra o, addirittura, case di mattoni. La società Pueblo era matrilineare e anche dal punto di vista delle proprietà si seguiva la linea della donna. Quando una donna si sposava, infatti, suo marito andava a vivere da lei dopo aver lasciato la casa di sua madre. Ma qui non era proprietario di nulla: non solo la casa, ma anche gli oggetti sacri e la ricchezza
(principalmente sotto forma di
grano immagazzinato),
appartenevano alle donne che
vivevano in quella casa.
Mentre le donne rimanevano
attaccate alle loro case natali
per tutta la vita, gli uomini si
muovevano man mano che
crescevano. Durante l'infanzia
il figlio maschio viveva con la
madre; da giovane si trasferiva
in una kiva, locale seminterrato
utilizzato per funzioni religiose, dove apprendeva le tradizioni rituali maschili e solo alla fine di questo lungo percorso poteva sposarsi e stabilirsi nella casa di sua moglie.
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