"Ci sono state grandi culture che non usavano la ruota, ma non ci sono state culture che non narrassero storie" (Ursula K. Le Guin, 1970)
mercoledì 28 febbraio 2024
mercoledì 21 febbraio 2024
lunedì 19 febbraio 2024
lunedì 5 febbraio 2024
mercoledì 31 gennaio 2024
giovedì 18 gennaio 2024
martedì 16 gennaio 2024
IMPERI E REGNI AFRICANI
IMPERO SONGHAI
6.4.1
Dall’Impero del Mali all’Impero Songhai
Situato
lungo la regione della savana tra il deserto del Sahara a nord e le foreste
dell'Africa meridionale occidentale, l’Impero del Mali aveva prosperato grazie
al controllo delle vie commerciali sulle quali viaggiavano oro, sale e schiavi.
Dalla seconda metà del 1400, tuttavia, con l’apertura di nuove rotte
commerciali che indebolirono quelle del Mali e soprattutto a causa dell’attacco
da parte dei Songhai, l’Impero del Mali iniziò a indebolirsi sempre più. Col
tempo si ridusse ad una piccola regione dell’Africa occidentale che sopravvisse
per altri due secoli, fino alla definitiva conquista da parte del Marocco.
6.4.2
Un stato musulmano fondato sul commercio
Lo
stato dei Songhai esisteva come monarchia già da alcuni secoli, più a est
dell’Impero del Mali. Quando i Songhai decisero di invadere l’Impero del Mali
lo fecero con un potente esercito di cavalleria coadiuvato da numerose canoe da
guerra. Da quel momento in poi, dopo la conquista di Timbuctu, le più
importanti rotte commerciali passarono sotto il loro controllo che si estendeva
fino alla grande ansa del fiume Niger.
L’impero
fu governato con profitto da sovrani musulmani che, dalla capitale Gao,
spinsero la popolazione a convertirsi, pur permettendo di mantenere vive anche
molte tradizioni religiose africane. La religione islamica contribuì a
facilitare i rapporti con i mercanti a nord e ad est: l’oro fu ancora la merce
da cui si traevano i maggiori guadagni.
6.4.3
I Songhai senza armi da fuoco soccombono al nemico
Nonostante
la sua ricchezza e la cultura che venne a svilupparsi nelle città, l'Impero
Songhai non conosceva le armi da fuoco, malgrado in Cina la polvere da sparo
fosse stata inventata già nel IX secolo e gli Arabi avessero sviluppato nel
1300 la prima pistola che utilizzava frecce come munizioni. Ecco dunque che nel
1591, gli eserciti del Marocco equipaggiati con armi da fuoco e cannoni
attraversò il Sahara e invase i territori Songhai. Anche se ben preparati, i
guerrieri Songhai, armati solo di spade e lance, furono facilmente sconfitti e
il loro stato infine inglobato sotto il controllo marocchino.
6.5 REGNI DELLA FORESTA: IFE E BENIN
6.5.1
Regno di Ife
La
città di Ife è situata nell’attuale Nigeria. Tra il XII e il XV secolo Ife fu
una fiorente città-stato, capitale di un regno di lingua yoruba (ancora
largamente diffusa in Africa occidentale) a ridosso del confine tra savana e
foresta. I sovrani di Ife erano chiamati oni
e rivendicavano la propria discendenza dalle divinità yoruba.
Nonostante
l’ambiente apparentemente sfavorevole, questo stato poteva godere di risorse
che destarono subito un grande interesse quando vi giunsero gli europei, nel
1500. Furono proprio questi a dare toponimi facilmente riconducibili alle
ricchezze del luogo come Costa dell’Avorio, Costa dell’Oro e Costa degli
Schiavi, in seguito al traffico di esseri umani iniziato in questa regione
dall’Impero Portoghese.
L’economia
di Ife erano quindi basato sul commercio, ma anche sull’agricoltura e sulla
tassazione dei contadini. Ma ciò che desta stupore ancora oggi sono i manufatti
artistici ritrovati nel territorio di Ife e risalenti proprio al periodo
storico di questo regno. Si tratta di sculture eseguite con tecnica di intaglio
precisa e raffinata, teste di terracotta e metallo per uso rituale e funerario
raffiguranti soprattutto gli oni.
6.5.2
Regno del Benin
Il
Regno del Benin arrivò ad espandersi tra il XV e il XVI secolo fino a occupare
il territorio dell’odierna Nigeria. La capitale, Benin, si presentò agli occhi
dei primi esploratori europei che vi giunsero alla fine del Quattrocento, come
una città protetta da possenti mura, estesa e ben organizzata con strade larghe
e grandi edifici.
Le
vie commerciali che collegavano le città del Regno di Benin con il Sahara
meridionale videro per secoli lo scambio di prodotti come noci di cola (cibo
con alto valore simbolico, venivano masticate nei rituali religiosi e di
ospitalità), avorio e manufatti di cotone con rame e sale che arrivavano da
nord. Con l’arrivo dei Portoghesi iniziò anche il commercio di prigionieri di
guerra venduti come schiavi. I Portoghesi, infatti, furono i primi, tra i
colonizzatori europei, a sfruttare l’Africa per utilizzare manodopera nelle
Americhe.
Questo
potente stato monarchico vide la sua fine con l’arrivo della Gran Bretagna che,
verso la fine del XIX secolo, mise a ferro e fuoco la capitale, radendo al
suolo il palazzo reale e deportando gran parte delle opere d’arte al suo
interno. Questi oggetti di grande raffinatezza prodotti da artigiani di alto
livello sono oggi sparsi in vari musei del mondo.
6.6 IMPERO DEL CONGO
6.6.1
Uno stato cristiano al centro dell’Africa
Situato
tra l’attuale Angola settentrionale e la Repubblica del Congo, questo impero
ebbe vita tra il XV e gli inizi del XX secolo. Fin dal 1489 si stabilirono
relazioni tra i congolesi e i portoghesi che, pochi anni prima, erano giunti
alla foce del fiume Congo meravigliandosi di scoprire un regno organizzato
sotto molti aspetti come quel del Portogallo.
Un’ambasciata
del Congo fu ricevuta a Lisbona, mentre i sovrani africani si convertivano al
cristianesimo adottandone addirittura i nomi di battesimo: è il caso di Nzinga
Mbemba che cambiò il nome in Alfonso I e ribattezzò la capitale Ambasse con San
Salvador. Furono costruite chiese e il cristianesimo fu diffuso anche tra il
popolo, cercando di combinarlo con forme di credenze religiose e culturali che
già esistevano affinché venisse meglio accettato.
6.6.2
Da terra di schiavi a colonia portoghese
La
fitta rete commerciale portò a un rilevante sviluppo economico l’impero. Merce
di scambio erano soprattutto avorio, ceramica e manufatti in rame e ferro,
mentre come moneta corrente erano utilizzate conchiglie pregiate.
Quando
l’Angola divenne colonia portoghese e il traffico di schiavi da questa regione
iniziò ad incrementare, l’Impero del Congo subì una serie di attacchi proprio
da parte di una coalizione portoghese-angolana. Da questo momento iniziò un
lento declino.
Per
tutto il XVII e il XVIII secolo si susseguirono disordini e conflitti interni
tra i vari popoli bantu. Inoltre l’Impero del Congo divenne teatro di violenti
e duraturi scontri tra Portogallo e Olanda, quando gli Olandesi erano stati
chiamati in aiuto proprio dai sovrani del Congo. Dopo una lunga serie di
divisioni interne e dopo la spartizione dell’Africa da parte delle potenze
europee tra la fine del XIX e gli inizi del XX secolo, il trono del Congo passò
formalmente sotto il potere coloniale del Portogallo.
venerdì 12 gennaio 2024
martedì 9 gennaio 2024
CINA E GIAPPONE
Fondando
colonie e città, le potenze europee riuscirono a mettere le mani su numerosi
territori al di là dell’Oceano Atlantico, ma anche a creare avamposti
commerciali in Asia e Africa. In questi continenti, tuttavia resistettero
ancora per secoli grossi sistemi politici, saldamente sviluppati anche come
economie. Tra questi l’Impero Cinese e quello Giapponese fino alla fine
dell’Ottocento decisero di rimanere legati alle proprie tradizioni, chiusi alle
influenze occidentali e per questo non entrarono nel gioco dei conflitti e
della conquista di nuove terre. Mentre una nuova potenza si affermava proprio
in questo periodo tra Europa e Asia, la Russia, connettendosi ad entrambi i
mondi culturali, i nuovi imperi islamici (Ottomani, Safàvidi e Moghul) rimpiazzavano
gli antichi Bizantini, Arabi e Mongoli, riuscendo a consolidare la tradizione e
la cultura musulmana dal Mediterraneo fino all’Oceano Indiano.
Infine,
alcuni regni africani come Songhai, Ife, Benin e Congo continuarono a basare la
propria forza sul commercio dell’oro e degli schiavi, quest’ultimo soprattutto
con l’Europa che ne aveva bisogno nelle Americhe.
6.1 LE DINASTIE
MING E QING IN CINA
6.1.1 I Ming creano uno stato potente e
controllato
Prima
dei Ming la Cina fu governata da una dinastia di origine mongola, gli Yuan.
Marco Polo, nel suo viaggio in Cina, fu ospite presso la corte di Qubilai Khan,
un imperatore Yuan, nipote di Gengis Khan. Nel 1368, però, quando ormai il
vastissimo impero mongolo si era diviso, i Cinesi ripresero il potere sulle
loro terre ed ebbe inizio la Dinastia Ming. Il potere fu concentrato a Pechino
dove, agli inizi del 1400, venne costruita l’imponente Città Proibita,
residenza dell’imperatore e della sua enorme corte.
In
questo periodo il confucianesimo continuò ad essere alla base del sistema
sociale cinese. Gli insegnamenti più profondi su figli e nipoti erano quelli
del rispetto e dell’obbedienza verso gli anziani e verso i superiori, così come
delle mogli verso i mariti. Il governo educava il popolo a credere nella patria
e a non creare disarmonie; era anche vietato per i sudditi allontanarsi dalla
propria casa per più di 12 km. In questo modo l’autorità del governo e il
controllo sul popolo si rafforzavano.
6.1.2
La baojia, un sistema per controllare
le comunità nei villaggi
Considerato
che l’impero era molto esteso e praticamente impossibile da vigilare in modo
diretto, controlli molto severi erano imposti anche dal sistema della baojia, ossia le unioni di vicinato. Con
questo sistema le famiglie che vivevano vicine venivano divise in gruppi di 10
o 100 con un anziano nominato come capo. In questi gruppi vigeva l’importante
principio della responsabilità reciproca, ognuno cioè doveva essere responsabile
della salute degli altri. In tal modo si controllavano i comportamenti e si
facevano riscuotere le tasse.
Altre
leggi per il controllo sociale furono emanate contro il lusso per il popolo.
Queste proibizioni servivano a rinforzare le differenze sociali, mantenendo ben
divisi i classici «quattro ceti»: eruditi, contadini, artigiani e mercanti. I
Ming sapevano bene che se si fosse rotta la gerarchia sociale sarebbe stato in
pericolo lo Stato stesso.
6.1.3
Sviluppi commerciali e culturali
I
Ming, però, riuscirono anche a sviluppare uno stato efficiente e progredito dal
punto di vista economico e culturale, da molti ritenuto il più potente a
livello mondiale se messo in confronto con gli altri regni e imperi dell’epoca.
Ciò fu possibile attraverso
· costruzione
di opere pubbliche come dighe, canali e ponti
· estensione
dell’uso della stampa e conseguente aumento dell’alfabetizzazione
· crescita
della produzione alimentare (al riso si aggiunsero prodotti importati dalle
Americhe come piselli, patate, mais)
· coltivazioni
commerciali, come il cotone, lungo il delta del Fiume Azzurro
· produzione
di porcellana pregiata esportata in gran parte del globo
Vennero
inoltre compiute numerose e costose esplorazioni con quella che era considerata
la flotta più grande del mondo. Centinaia di giunche – imponenti navi con vele
munite di stecche orizzontali per adattarsi a ogni tipo di vento e la parte
immersa dello scafo piatta – furono capitanate dall’ammiraglio imperiale Zheng
He per esplorare ogni parte dell’Oceano Indiano, fino alle coste dell’Arabia e
dell’Africa orientale. Non ci furono nuove scoperte, né Zheng He scelse di
esplorare l’ignoto dirigendosi a est, verso il Pacifico. Terminate queste
esplorazioni la Cina scelse di chiudersi agli occidentali, cercando di
preservare in questo modo la propria cultura. Solo il porto portoghese di Macao
rimase libero. Qui, nel 1582, arrivò dall’Italia il gesuita matematico e
geografo Matteo Ricci che riuscì infine a lavorare alla corte dell’imperatore e
a diventare il suo cartografo personale.
6.1.4 I Qing, gli ultimi imperatori di
Cina
A
causa di una durissima carestia, una serie di rivolte contadine sconvolsero la
Cina durante il XVII secolo. Furono saccheggiati depositi alimentari e
trucidati molti ricchi proprietari terrieri. Le rivolte avevano l’obiettivo di
redistribuire le terre con criteri più giusti. La Dinastia Ming ne uscì
fortemente provata fino al punto di tracollare sotto l’offensiva delle truppe
nomadi provenienti dalla Manciuria. Salì così al potere una nuova dinastia
chiamata Qing o Manciù, per la sua provenienza. I Qing saranno l’ultima
dinastia imperiale a governare sulla Cina, fino al 1912 quando nacque la
Repubblica cinese.
Pechino
fu conquistata nel 1644 e i Ming furono scacciati. La residenza imperiale
rimase sempre nella Città Proibita, mentre l’estensione dell’Impero Celeste
raggiunse il suo massimo proprio con i Qing nel 1790 (15 milioni di kmq, il
quinto impero più vasto della storia). Sotto questo impero furono unificati
molti popoli e regioni, ma i Qing divisero sempre questa massa di persone in
Manciù, Cinesi e Mongoli. Le diverse etnie non potevano contrarre matrimonio
tra loro e, in alcune città, come Pechino, erano addirittura divise da mura in
specifici quartieri.
6.1.5
Una dinastia che punta sulle risorse interne
Dal
punto di vista economico, come sotto la Dinastia Ming, venne proseguito
l’intento di sfruttare le risorse naturali interne e i vasti terreni agricoli,
senza quindi scendere in competizione con l’Europa. Le importazioni dall’estero
erano quasi completamente precluse, ma l’impatto commerciale era comunque molto
forte, grazie a mercanti e artigiani che si muovevano per lavoro attraverso
l’esteso impero. In agricoltura aumentarono le esportazioni di tè, cotone e
porcellana, mentre per ridurre il malcontento nelle campagne i Qing iniziarono
l’abbattimento del sistema di servitù dei contadini.
A
livello culturale si diffuse ulteriormente la stampa, le pubblicazioni
aumentarono come mai prima di allora e anche le classi sociali più basse
iniziarono a leggere libri. L’imperatore Kangxi (1661-1722) fece compilare il
più grande dizionario della lingua cinese, che prese il suo nome. Suo nipote,
l’imperatore Qianlong creò mecenatismo, benessere e prosperità, oltre a una
corte fastosa che aveva molti punti in comune con quella francese di Luigi XIV.
6.1.6
Il declino dei Qing: la Guerra dell’oppio e la Rivolta del Taiping
Il
potente Impero Qing iniziò a entrare in crisi dalla seconda metà del Settecento.
Uno dei principali segnali del suo disfacimento è da rintracciare nell’utilizzo
smodato di oppio – seppur vietato – da milioni di sudditi, tanto da creare
negli anni una vera piaga sociale. I maggiori quantitativi della potente droga provenivano
dalla colonia inglese del Bengala, dove la produzione era in mano alla
Compagnia delle indie Orientali. Quando nel 1839 il governo Qing fece bruciare
un enorme quantitativo di oppio proibendo ogni commercio con la Gran Bretagna,
ne scaturì una guerra che gli inglesi, per la superiorità militare e navale,
vinsero in poco tempo. La Cina fu costretta ad aprire porti al commercio
internazionale e a cedere l’isola di Hong Kong all’Impero Britannico.
In
seguito alle ingerenze occidentali la Dinastia Qing appariva fortemente
indebolita, ma un evento ancora più vasto e con conseguenze molto pesanti
giunse nello stesso periodo, quando violente ribellioni contadine contro il
governo. I ribelli Taiping presero il nome dal Regno Celeste della Grande Pace
(Taiping tianguo in cinese) poiché
pensavano di cacciare i Qing, che erano manciù, e gli stranieri europei per
riportare la Cina al suo antico splendore. La lunga e devastante guerra civile
che ne seguì (1850 – 1864), prima che la rivolta venisse completamente
soppressa dalle forze imperiali con il decisivo aiuto degli Inglesi, causò la
distruzione di raccolti e intere città e costò la vita a quasi 20 milioni di
persone.
6.2 IL GIAPPONE DEL PERIODO EDO
6.2.1 Un paese ancora feudale
Il periodo Edo comprende gli anni
1603-1868. Gli shogun
Tokugawa, dopo aver sconfitto i clan rivali, acquisirono il potere
assoluto. Il Giappone rimase, perciò, ancora saldamente un paese feudale
in
mano a samurai e shogun come nel periodo medievale,
mentre l’imperatore con la sua corte risiedeva senza poteri a Kyoto.
Lo shogun spostò il centro politico
e amministrativo a Edo (antico nome dell’odierna Tokyo), a quei tempi ancora un
piccolo villaggio di pescatori. Gli shogun Tokugawa cercarono di mantenere a
tutti i costi la stabilità politica e per questo costringevano i daimyo, i
signori feudali, a risiedere a Edo. Qui i daimyo trasferivano anche le proprie
corti e, non essendoci guerre interne, nel giro di un secolo Edo arrivò quasi a
un milione di abitanti.
6.2.2 La struttura sociale
La società era divisa in rigide
classi ed i matrimoni misti erano vietati dalla legge. La piramide sociale era
strutturata nel seguente modo:
Imperatore
Corte (nobili)
Shogun
Daimyo
Samurai
Contadini
Artigiani
Mercanti
Al di sotto
di tutti vi erano, infine, le cosiddette «persone impure», ovvero chi svolgeva
lavori a contatto con i cadaveri o le carogne (macellai, conciatori e becchini)
e i «non uomini» (erano così considerati i ladri, i mendicanti e le
prostitute). Per queste persone venivano costruiti specifici quartieri, isolati
dal resto della città e spesso non riportati nemmeno sulle mappe.
Le leggi
stabilivano per ogni classe sociale
precise norme che regolavano vari aspetti della vita pubblica e privata,
dal comportamento all’abbigliamento, dai beni consentiti fino alle attività di
svago e alle opportunità di poter avere un’istruzione.
6.2.3 I
samurai
In questi
secoli i samurai continuarono a seguire il bunbu, ideale in cui cultura (bun)
e arti marziali (bu) sono doveri uguali. Questi guerrieri avevano, secondo la dottrina confuciana, il compito
affidato dal Cielo di garantire un governo benevolo attraverso l’esempio
personale. La loro responsabilità era politica, ma anche morale. Questo si
univa al rispetto delle relazioni confuciane (gerarchia signore > suddito e padre
> figlio) allo scopo di garantire l’armonia sociale e la stabilità
politica. Il confucianesimo importato dalla Cina professava gli ideali di pietà
e amore verso i genitori, di lealtà e obbedienza verso i superiori e di
subordinazione dei propri bisogni a quelli della comunità di appartenenza. Il
samurai era, quindi, un individuo al servizio degli altri, il più possibile
staccato da bisogni materiali o di denaro. Ad esempio, il samurai che non era in
grado di saper distinguere le monete l’una dall’altra era considerato un
modello di grande virtù, proprio perché dimostrava con la sua ignoranza il
distacco dal valore materiale degli oggetti.
6.2.4 Lo sviluppo di una nuova società
Nonostante l’impostazione feudale e la rigida divisione in classi sociali,
la società governata dal regime degli shogun
Tokugawa, organizzata principalmente attorno all’attività agricola, si
sviluppò anche a livello mercantile.
Questo accade principalmente soltanto all’interno dell’impero. Gli unici
stranieri ammessi e con i quali si intrattenevano scambi commerciali erano i
cinesi e gli olandesi, costretti a vivere unicamente nella città portuale di
Nagasaki.
6.2.5 La vita nelle città
Questa chiusura all’esterno venne ufficializzata nel 1641 con
l’introduzione del sakoku. Fu una legge basata su un
estremo protezionismo che non permetteva ai giapponesi di avere contatto con
esterni, sul modello cinese. Una chiusura di carattere culturale che causò
anche la morte di molti missionari cattolici che arrivarono in Giappone per
diffondere la fede cristiana.
L’impossibilità di avere rapporti con l’esterno, però, permise al Periodo
Edo di essere un tempo di pace e relativa ricchezza, in cui si svilupparono le
città - specialmente Tokyo –, l’arte e la cultura, nacquero e si diffusero il sumo, una forma di lotta corpo a corpo tra
due sfidanti, il sushi
(per come è inteso oggi) e il teatro kabuki, una forma di teatro con
caratteristiche molto diverse da quelle occidentali, con una trama molto
incerta e l’assenza quasi totale di testo verbale.
A Kyoto vivevano circa trecentomila persone, mentre Edo si trasformò in una metropoli estesa, vivace e popolosa dove
la metà delle persone viveva nella «città bassa», zona dei rioni commerciali. Edo fu centro politico e amministrativo del
Giappone di questo periodo, ma anche nucleo economico e culturale, con
reti di strade e canali navigabili per il transito di grandi quantità di merci,
persone e informazioni.
6.3.6 Il “mondo fluttuante”
Questa fervida esistenza all’interno delle città, favorita dal forte
impulso dei commerci e della borghesia che con essi si stava arricchendo,
rappresentava il cosiddetto “mondo fluttuante”. Con queste parole si indica il
“nuovo” mondo che si stava creando grazie ad un periodo di pace e alla cultura
mercantile, e che si poteva vivere soprattutto di sera e di notte nei quartieri
centrali di Osaka, Kyoto e Edo. Molte di queste scene quotidiane sono
testimoniate dalle numerose, tipiche stampe artistiche dell’epoca, prodotte con
matrici di legno e con colori nitidi e uniformi. Proprio perché stampate in
gran numero, queste opere non avevano costi elevati e per questo si diffusero
ampiamente nelle case di molti giapponesi.
6.3.7 Istruzione e cultura
Nacquero numerose scuole private, spesso annesse ai templi locali, che
impartivano l’educazione ai figli dei
contadini, a mercanti e artigiani. La crescita del tasso di
alfabetizzazione (che verso la fine del Periodo Edo pare interessasse quasi la
metà della popolazione maschile) è testimoniata dall’ampia circolazione di libri
di botanica nelle zone rurali e di racconti, favole, cronache di viaggio e
vicende amorose destinate a un pubblico di lettori cittadini sempre più ampio.
In conclusione in questi secoli
risiede quel fermento intellettuale che interessò la
società giapponese a diversi livelli, dalla sfera politica, sociale e
filosofica fino al campo scientifico, letterario e artistico. Nonostante il
rigido sistema feudale e la morale confuciana dei Tokugawa, il Periodo Edo
costituì la base su cui si fonderanno i cambiamenti economici e culturali che
il Giappone compirà dopo la ‘riapertura’, con la fine del sakoku, a metà XIX secolo, e con il Periodo Meiji (1868-1912) che
porterà alla modernizzazione industriale.
martedì 19 dicembre 2023
INTRODUZIONE
A partire dal XVI secolo
l’Europa diventò il punto di irradiazione di una vasta rete di scambi che toccò
tutti continenti. Le potenze europee che videro crescere in maniera
considerevole le proprie economie furono Spagna e Portogallo, prime in ordine
di tempo, e a seguire Inghilterra, Olanda e Francia. Questo avvenne a causa
della colonizzazione che esse attuarono principalmente nel Nuovo Mondo, ma
anche in Asia e Africa e, infine, in Oceania. Questa potente interazione tra
Europa e resto del mondo diede vita a quel fenomeno che alcuni storici hanno definito
economia-mondo. Con questa
espressione si intende un meccanismo vasto e complesso di attività e reti commerciali
che, partendo da un centro, l’Europa, si irradiavano verso aree geografiche
lontane. L’organizzazione e la produzione di queste attività e reti erano
regolate dalle potenze europee attraverso lo sfruttamento della periferia, cioè
delle colonie, a livello di materie prime e manodopera, anche schiavizzata. Nel
tempo, quindi, l’Europa ne trasse enormi guadagni, mentre le aree sfruttate non
riuscirono a svilupparsi e impoverirono, con conseguenze non solo economiche ma
anche sociali.
Gli effetti della
colonizzazione europea su gran parte del mondo sono ben visibili ancora oggi se
pensiamo, ad esempio, all’ampia diffusione delle lingue e del modello economico
capitalistico.
5.1.1 La più grande
potenza coloniale della storia
L'Impero britannico fu
per estensione il più grande nella storia dell'uomo. Nel 1920 dominava su circa
mezzo miliardo di persone, comprendendo quasi un quarto dell'intera superficie
della Terra. Ciò ha significato il prolungamento nel tempo della sua influenza
politica, linguistica e culturale a livello globale.
Durante l'età delle
scoperte, seguendo l’esempio di Spagna e Portogallo e temendo di rimanere
indietro nella conquista di terre e nello sfruttamento di materie prime,
Inghilterra, Paesi Bassi e poi Francia iniziarono a stabilire proprie colonie e
creare reti commerciali nelle Americhe e in Asia. La loro potenza commerciale
fu favorita dalla creazione di compagnie mercantili private, dipendenti dai
rispettivi governi e dai loro mandati, anche se le navi rimanevano di proprietà
delle compagnie. Le più influenti furono l’olandese Verenigde Oostindische
Compagnie (VOC), la britannica East India Company e la francese Compagnie des
Indes Orientales. Le navi non appartenevano agli stati, ma alle compagnie.
Sotto il lungo regno di
Elisabetta I, lo sviluppo economico fu notevole, senza escludere mezzi
controversi quali le azioni dei corsari come Francis Drake, ma gran parte della
popolazione continuava a vivere in povertà. La potenza militare, navale
soprattutto, si affermò con la vittoria sull’Invincibile Armata di Spagna
(1588).
Nel XVIII secolo vi fu la
grave perdita delle 13 colonie degli Stati Uniti che, dopo un’aspra guerra,
ottennero l’indipendenza nel 1783.
A quel punto
l’Inghilterra spostò i suoi interessi su Asia, Africa e Oceania continuando a
mantenere la supremazia sui mari contro Francia e Paesi Bassi.
5.1.2 Espansione
commerciale e industriale dopo il Settecento
Nel Settecento la
concorrenza tra potenze coloniali come Gran Bretagna, Francia, Spagna e
Portogallo culminò in una serie di conflitti. Quello più esteso e sanguinoso,
grazie al quale si mise fine alla rivalità con i Francesi, fu la Guerra dei
Sette Anni in cui, per la prima volta nella storia, lo scontro tra stati
europei si realizzò su tre continenti e con mezzi diversi. Le conseguenze dei
conflitti riguardarono numerose vittime e la destabilizzazione di molte aree
politiche che si protrasse nel tempo, specialmente in Africa.
Nel frattempo, con la
Rivoluzione industriale, Londra stava diventando la città più grande del mondo
(1830) e il controllo dei commerci globali riguardavano per gli Inglesi le
economie di molte regioni geografiche, dall’Asia all’America Latina.
Per tutto il XIX secolo
lo sviluppo fu esponenziale, venne favorito il libero commercio, ci fu una
crescita demografica molto forte cui si accompagnò una rapida urbanizzazione,
mentre veniva ampliato il diritto di voto.
Nel Novecento altre due
potenze, Germania e Stati Uniti, cercarono di contrastare il potere della Gran
Bretagna. Le tensioni con i tedeschi furono tra le principali cause dello
scoppio della Prima guerra mondiale. Dopo la Grande Guerra, l’Impero Britannico
non ebbe più la stessa potenza. Anche la Seconda guerra mondiale, nonostante la
vittoria degli Inglesi e dei suoi alleati contribuì ad accelerare il declino
dell'impero che arriverà a compimento nei decenni della decolonizzazione
mondiale.
La colonia più popolosa e
ricca dell’impero britannico l’India, ottenne l’indipendenza solo nel 1947,
dopo che già molti altri territori furono coinvolti in un processo di
decolonizzazione. Nel 1997 Hong Kong ritornò sotto la Cina, mettendo fine
all’impero coloniale inglese.
5.2.1 Sotto Carlo V e
Filippo II la Spagna si estende dall’Atlantico al Pacifico
L'Impero Spagnolo fu il
più potente impero coloniale della storia tra il XVI secolo e la prima metà del
XVII. Fondato dai sovrani Ferdinando II di Aragona e Isabella I di Castiglia
nel 1492 a seguito della conquista di Granada quando gli Arabi furono scacciati
dalla Spagna, si estese successivamente con l’imperatore Carlo V e l’annessione
di Italia meridionale, Ducato di Milano e molti territori delle Americhe a
seguito delle azioni dei conquistadores.
Questi ultimi, guidati da condottieri come Hernan Cortés e Francisco Pizarro,
misero fine rispettivamente ai due più grandi imperi precolombiani, quello
Azteco e quello Inca.
Il figlio di Carlo V,
Filippo II, salito al trono nel 1556 dopo l’abdicazione del padre, si espanse sui
territori dell'Asia orientale (che presero da lui il nome di Filippine) e
divenne, per un periodo, Re del Portogallo e del suo impero coloniale a seguito
di una crisi di successione. Il sovrano si pose inoltre alla guida della Lega
Santa, costituita da un’alleanza di Stati cristiani, per fermare l’avanzata dei
Turchi nel Mediterraneo, come accadde nella Battaglia di Lepanto (1571).
5.2.2 L’inizio della
decadenza
Dopo Filippo II l’impero
vide l’inizio della propria decadenza. Il conservatorismo cattolico aveva
creato persecuzioni religiose contro i protestanti olandesi e, in Spagna - dove
avevano finora convissuto insieme ai cristiani - contro Ebrei, chiamati in
senso dispregiativo marranos, e
musulmani spagnoli, i moriscos, che
furono espulsi. L’incapacità di sostenere, con tutto l’oro e l’argento
importati dalle Americhe, un’economia manifatturiera e agricola fecero cadere
la potenza spagnola in una grave crisi economica.
Nel corso degli anni la Spagna
perse i Paesi Bassi e i domini italiani e nel 1808 venne invasa da Napoleone
che favorì, in questo modo, una serie di guerre di indipendenza attraverso le
quali tutte le colonie del Sudamerica vennero perdute, con la conseguente
disgregazione e fine dell’impero.
Nel XIX secolo, come le
altre potenze europee ma con un successo molto inferiore, anche gli Spagnoli si
spinsero alla conquista dell’Africa cercando di formare un secondo impero
coloniale. Questi territori otterranno l’indipendenza durante il Novecento,
mentre alcuni di essi, come le città del Marocco Ceuta e Melilla, restano
ancora oggi sotto il governo di Spagna.
5.3.1 Un piccolo stato
con enormi ricchezze coloniali
Occupando Ceuta, in
Marocco, il Portogallo fondò nel 1412 il primo impero coloniale della storia.
L’ultima colonia portoghese sarà la città di Macao, restituita alla Cina nel
1999.
Chiuso ad est dalla
Spagna, il Portogallo era uno stato che non superava i due milioni di abitanti,
ma la sua posizione rappresentava un punto di forza nell’espansione verso
occidente e, quindi, verso l’Atlantico. Fu così che ebbe inizio quella che oggi
chiamiamo “età delle scoperte geografiche”.
Primi a utilizzare le
caravelle e a capire il meccanismo degli alisei, grazie alle profonde
conoscenze e capacità nella navigazione, i Portoghesi aprirono la rotta
oceanica delle spezie da ovest, senza perciò pagare dazi agli Ottomani. Ciò
avvenne attraverso l’esplorazione dell’Africa, prima con Enrico il Navigatore,
poi con Bartolomeo Diaz e, finalmente, con Vasco da Gama che riuscì a
circumnavigare il continente africano e a raggiungere l’Oceano Indiano. In
questo modo vennero creati avamposti fortificati in Africa e, superate le forze
rivali arabe, i primi domini e porti commerciali in India e nel Sud-est
asiatico, dove furono aperti diversi empori di merci. Le conquiste continuarono
anche nelle Americhe con territori molto vasti come il Brasile e con l’avvio
della tratta degli schiavi in Africa occidentale, poi seguita dalle altre
potenze europee. La colonizzazione portoghese usufruì quasi sempre della forza
e della violenza sui popoli sottomessi.
5.3.2 Un potere lungo
cinquecento anni
Per un secolo, dal 1578
al 1688, il Portogallo perse la propria indipendenza e fu occupato dalla Spagna
di Filippo II, poi riconquistata con l’indebolimento politico ed economico di
quest’ultima. Da quel momento in poi non si raggiunsero più i livelli di
potenza mondiale del Cinquecento, ma la sua economia continuò ad usufruire
ancora delle ricchezze delle colonie possedute in Africa e in Brasile che
fornivano oro, pietre preziose e diamanti.
Fu uno degli ultimi stati
europei a possedere colonie oltreoceano. Nel XIX secolo represse con la
violenza i tentativi di indipendenza delle nazioni africane, come
Guinea-Bissau, Angola e Mozambico la cui decolonizzazione avverrà soltanto tra
gli anni Sessanta e Settanta del 1900.
5.4.1 Dalla dominazione spagnola
a potenza economica mondiale
I Paesi Bassi facevano
parte dell’Impero asburgico di Filippo II di Spagna, ma questo dominio non era
accettato dagli Olandesi che erano protestanti e, per questo, perseguitati dai
cattolici spagnoli. Questo malcontento causò una feroce rivolta nel 1568 e,
dopo una lunga guerra, i Paesi Bassi riuscirono ad ottenere l’indipendenza col
nome di Province Unite. Nel conflitto furono sostenuti dall’Inghilterra, nemica
della Spagna per il predominio sui mari.
Sfruttando la posizione
geografica e i porti sull’Atlantico, gli Olandesi riuscirono per alcuni secoli
a detenere una serie di colonie d’oltremare tra l’Oceano Indiano, l’America
settentrionale (Nuova Amsterdam era l’antico nome dato nel 1625 a quella che
sarebbe diventata New York) e, successivamente, l’Africa. Nel XVII secolo con
la creazione della Compagnia Olandese delle Indie Orientali il commercio
internazionale divenne la principale attività economica dei Paesi Bassi con i
tre quarti degli scambi commerciali globali che avvenivano a bordo delle
proprie navi, anche grazie alla Compagnia delle Indie. Amsterdam diventò uno
dei maggiori porti al mondo e il principale centro finanziario d’Europa, con la
nascita di varie banche.
5.4.2 Un piccolo stato
atlantico in crescita continua
Tra XVII e XVIII crebbe
la popolazione, vennero costruiti edifici, canali e cantieri navali grazie
anche ad una classe media molto numerosa e arricchitasi con l’economia
mercantile. Le città olandesi furono tolleranti nei confronti dei diversi credi
religiosi e diedero ospitalità a molti stranieri rifugiati a causa delle
persecuzioni. Il loro successo in questo periodo fu favorito ulteriormente dal
declino delle potenze marinare del Mediterraneo, come Genova e Venezia. Allo
stesso periodo risalgono i cosiddetti polder,
terreni sotto il livello del mare che vennero prosciugati e chiusi da dighe e
argini, con una vasta opera di antropizzazione del paesaggio.
Il benessere economico
raggiunto nel Seicento ebbe riflessi anche sulla cultura e sulla scienza. La
pittura olandese raggiunse livelli altissimi con Vermeer e Rembrandt, artisti
che si rifacevano al Rinascimento italiano e dai cui quadri ci viene uno spaccato
di vita reale della società olandese dell’epoca.
Problemi importanti
cominciarono nella seconda metà del Seicento a causa dell’invasione da parte
della Francia di Luigi XIV, da una parte, e della rivalità sui mari con
l’Inghilterra.
La data ufficiale della
fine dell’impero coloniale olandese è il 1975, anno in cui divenne indipendente
il Suriname, piccolo stato dell’America Latina.
5.5.1 Obiettivi francesi
su mari e terre
Con territori in Asia,
Africa e America settentrionale, oltre che in Oceania, l’impero coloniale
francese ebbe vita tra il XVII e il XX secolo. Negli anni Trenta del Novecento
raggiunse la sua massima espansione con oltre 12 milioni di km², circa 1/10
delle terre emerse, divenendo uno degli imperi più vasti della storia.
Seguendo i successi
spagnoli e portoghesi la Francia cominciò a occupare territori nell’America
settentrionale, centrale e in India, raggiungendo nel Seicento lo status di
maggiore potenza europea sotto il governo di Luigi XIV, il Re Sole. Le sue mire
espansionistiche si ridussero nel tempo quando fu costretta a rinunciare al
predominio sui mari in favore della Gran Bretagna dopo la sconfitta nella
Guerra dei Sette anni (1756-1763). In seguito, con l’ascesa al potere di
Napoleone Bonaparte, la Francia, pur fallendo nell’occupazione dell’Egitto
ottomano, riuscì con una serie di vittorie a conquistare vaste regioni nella
stessa Europa - tra Italia, Paesi Bassi, Germania, Spagna e Polonia – nel
periodo che va dal 1804 al 1814.
5.5.2 Una seconda fase di
colonialismo nell’Ottocento
Dopo il periodo
napoleonico, con il ritorno dei sovrani spodestati sui propri troni e la
perdita di gran parte dei territori europei, la Francia non demorse ed ebbe
occasione, durante la fase storica dell’imperialismo, di riformarsi attraverso
un secondo tempo coloniale, questa volta con territori e sfruttamento di uomini
e risorse in Africa soprattutto, ma anche in Indocina. Queste vaste regioni
rimasero possedimenti francesi fino alla seconda metà del Novecento.
Dopo la Seconda guerra
mondiale l’impero coloniale iniziò la definitiva sua disgregazione che giunse a
compimento negli anni Sessanta. In alcuni casi, come in Indocina ed in Algeria,
fu necessario per i popoli sottomessi combattere lunghi conflitti aspri e
sanguinosi prima che si concludesse il processo di decolonizzazione.
Ancora oggi la Francia
possiede una serie di piccoli territori sparsi tra le isole dei Caraibi,
nell'Oceano Indiano e nell'Oceano Pacifico, oltre alla Guyana francese.
5.6.1 Dalla Rus’ di Kiev
alla Moscovia
Il primo stato russo fu
il Principato di Kiev, fondato dai Variaghi, vichinghi svedesi che presero
dalle popolazioni locali il nome di Rus’,
‘uomini venuti da oltre mare’. Mongoli e Tartari misero fine a questo stato
intorno al XIII secolo fondando un potente khanato (i sovrani mongoli erano
denominati khan) chiamato Orda d’Oro
che si estendeva dal Danubio ai Monti Urali, in Siberia e Asia centrale. Nella
parte settentrionale dell’attuale Russia, invece, si avvicendarono diversi
piccoli regni di cui il più noto fu quello di Moscovia, la cui capitale era
Mosca.
Furono proprio i principi
di Moscovia a mettere fine all’Orda d’Oro e a riprendersi i territori occupati
in precedenza. Questi prìncipi, dopo la caduta di Costantinopoli sotto i Turchi
nel 1453 e la fine dell’Impero Bizantino si fregiarono del titolo di
rappresentanti ufficiali del cristianesimo ortodosso e si fecero chiamare
“zar”, trasposizione del latino caesar,
cioè imperatore, il titolo utilizzato dai sovrani romani. Per questo definirono
Mosca come la “terza Roma”, poiché la seconda era stata Bisanzio-Costantinopoli.
5.6.2 Dalla conquista
della Siberia a Pietro il Grande
Nei secoli successivi lo
stato russo si espanse verso est, depredando vaste zone di territorio alle
comunità nomadi e seminomadi che abitavano la Siberia. Il colonialismo russo in
Siberia fu guidato inizialmente dal condottiero Ermak, alla fine del XVI secolo,
e arrivò a compimento nel 1659 quando i russi raggiunsero le coste dell’Oceano
Pacifico.
In quello stesso anno,
quando salì al trono lo zar Pietro I il Grande, l’Impero Russo si presentava
come troppo vasto e disorganizzato. Un Paese arretrato, con il potere
accentrato nelle mani dei Boiari, i ricchi proprietari terrieri che governavano
insieme allo zar sfruttando il lavoro della restante popolazione (circa il
novanta per cento) in forma di servitù della gleba. Un altro problema erano i
confini a est, oggetto di conflitto con la Cina.
Pur avendo una visione
assolutistica, Pietro il Grande avviò ammodernamenti allo stato, soprattutto
nella struttura amministrativa, ancora basata sul modello feudale. Visitò
personalmente Germania, Olanda e Gran Bretagna per capirne la politica, i loro
cantieri navali per osservarne l’attività, ridusse al minimo il potere dei
Boiari e si circondò di persone di fiducia che lo aiutarono nella sua opera.
Creò, quindi, un esercito e una marina permanenti che la Russia non aveva e
spostò la capitale a San Pietroburgo.
5.6.3 Altri zar
continuano la politica di Pietro il Grande
Come grandezza, l’Impero
Russo fu il terzo impero più esteso della storia dopo quello britannico e
quello mongolo, arrivando a comprendere territori in Europa, Asia e Nord
America (Alaska). Col tempo riuscì a svilupparsi dal punto di vista industriale
con l’ausilio di investimenti stranieri nella costruzione di ferrovie e
fabbriche. L’opera di modernizzazione di Pietro il Grande ispirata alle grandi
potenze d’Europa venne proseguita da Caterina la Grande (1761–1796) che sposò
le idee dell’Illuminismo francese e dallo zar Alessandro II (1855–1881) il
quale promosse numerose riforme sociali e abolì la servitù della gleba con
l'emancipazione di 23 milioni di servi nel 1861.
Quando i sovrani
successivi ritornarono ad uno stato monarchico più tradizionale, la Russia come
impero collassò durante gli eventi della Rivoluzione di febbraio del 1917, ma
anche in seguito alla partecipazione fallimentare alla Prima guerra mondiale.
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